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Stragi: paura della verità
di
Raffaele Florio
In Parlamento è successo qualcosa di curioso. Non raro, ma curioso sì.
Il deputato pentastellato Alfonso Colucci si è alzato in aula e ha sparato una bordata che, tradotta dal politichese al linguaggio umano, suona così: state attaccando due magistrati perché temete che venga fuori la verità sulle stragi e sui loro possibili collegamenti politici.
I magistrati sono Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho, cioè due figure che la mafia l’hanno studiata e combattuta quando molti commentatori televisivi scoprivano appena la differenza tra Cosa Nostra e Cosa Nostra S.p.A.
E qui arriva il punto.
Secondo Colucci, qualcuno tremerebbe all’idea che si possa scavare nei collegamenti tra le stragi neofasciste degli anni Settanta e la stagione delle bombe del 1992-93. Quella stagione che portò alle stragi di mafia — dalla strage di Capaci alla strage di via D’Amelio fino alla strage di via Palestro a Milano — una campagna terroristica che provocò decine di morti e segnò il passaggio traumatico tra Prima e Seconda Repubblica.
Fin qui la denuncia.
Il problema è che in Italia, quando qualcuno parla di verità sulle stragi, succedono sempre due cose:
la metà del Paese grida al complotto; l’altra metà grida al complotto… ma opposto.
È l’unico Paese dove il complotto è bipartisan.
Da un lato c’è chi sostiene che dietro ogni bomba ci sia un romanzo geopolitico con servizi deviati, massonerie, pezzi di Stato e pezzi di anti-Stato.
Dall’altro c’è chi appena sente la parola “stragi” tira fuori il manuale del perfetto minimizzatore: niente domande, niente dubbi, niente archivi.
Il risultato è che da trent’anni non si capisce più se il problema sia chi cerca la verità o chi ha paura che qualcuno la trovi davvero.
Nel frattempo succede una cosa piuttosto grottesca: si trasforma il confronto politico in un processo alle intenzioni dei magistrati.
Se un magistrato indaga troppo è “politicizzato”.
Se parla poco è “complice”.
Se entra in Parlamento è “pericoloso”.
Se resta fuori è “irresponsabile”.
Insomma, la colpa del magistrato è esistere.
La verità, che purtroppo è meno cinematografica di tutte queste teorie, è che sulle stragi italiane si è accumulata una montagna di misteri, processi, assoluzioni, depistaggi e verità parziali. E ogni volta che qualcuno prova a riaprire una domanda, scatta l’allarme ideologico: chi osa parlarne dev’essere per forza di parte.
È il paradosso italiano.
Tutti dicono di volere la verità.
Ma appena qualcuno prova a cercarla davvero, improvvisamente diventa scomoda.
E allora la questione non è se Colucci abbia ragione o torto.
La questione è più semplice e più antica.
In Italia la verità sulle stragi fa paura a molti.
Ma per ragioni diverse.
Ad alcuni perché potrebbe dimostrare troppo.
Ad altri perché potrebbe dimostrare troppo poco.
E nel dubbio, come sempre, si preferisce litigare sulla persona che fa la domanda.
Così la domanda resta lì.
Intatta.
Da trent’anni.
Se la verità non fa paura a nessuno, non dovrebbe dare fastidio neppure a chi governa.
A meno che il problema non sia proprio quello.
La verità.
 
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