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Santapaola: quando muore un boss
di
Santina Sconza *
La morte del capomafia Nitto Santapaola e la città di Catania.
Per molti catenesi siano essi abitanti dei quartieri popolari che della borghesia la morte di Nitto Santapaola rappresenta la morte di un familiare.
Se ci fosse ancora il Prefetto o il sindaco degli anni in cui il boss era a capo della città avrebbero listato a lutto la bandiera tricolore e i funerali si sarebbero svolti in cattedrale.
A Catania se tu ascoltavi i vari discorsi su Santapaola le parole erano: un uomo mite che aiutava tutti, educato pronto a darti una mano e che non era vero che lui fosse il mandante dell'uccisione di Pippo Fava.
Santapaola era riverito dai catanesi, basta leggere i commenti nei vari giornali e sui media, lui dava lavoro, si stava bene quando c'era lui.
C'è ancora il mito di essere come lui.
Santapaola un uomo amico delle istituzioni e dei cavalieri del lavoro Graci, Rendo, Finocchiaro, Costanzo, quando inaugura la sua rimessa sono presenti il prefetto, il sindaco, il questore e la borghesia massonica.
I pentiti raccontano che per essere capomafia bisogna essere affiliati alla massoneria e a Catania i massoni sono in gran parte gli intoccabili, i colletti bianchi, la borghesia che frequenta club esclusivi, dove fanno affari, giocano a carte, un tuffo a mare e le donne con tanto oro come Sant'Agata.
Santapaola, un capo già a 16 anni, che si fa largo sgomitando e facendo uccidere chi si oppone per riunire i vari clan che negli settanta e ottanta si uccidevano a vicenda per avere più potere, per acquistare più zone.
Lui porta a Catania una nuova mafia quella imprenditoriale, quella economica che oggi pervade in tutta la città e provincia, cliniche, ospedali, supermercati, ristoranti, hotel tutto nelle mani della mafia che usa dei prestanome per riciclare denaro sporco e che dà lavoro.
Santapaola amico dei politici, dei cavalieri del lavoro, delle forze dell'ordine, una pax mafiosa che attanaglia la città, si sono appropriate anche della festa di Sant'Agata diventata un business di affari e di scommesse.
Santapaola che con il 41 bis per 33 anni ha pagato per i suoi crimini ma anche per i cavalieri del lavoro sempre assolti, per i politici che frequentava.
Santapaola con la moglie uccisa dal collaboratore di giustizia Ferone.
Santapaola silenzioso, ai vari processi non inveisce come Riina, ma ascolta, Santapaola non una parola fuori posto, Santapaola arrestato, ma forse si consegnò perché Riina lo voleva morto per aveva contrastato la sua decisione di colpire lo stato e i magistrati.
Lui ha un concetto diverso della mafia dai viddani palermitani, lui con lo stato ci collabora, fa affari con i politici, non si uccidono i magistrati ma ci si va a braccetto, una Cosa Nostra nuova, quella del business e di commistione.
Il suo progetto si è avverato oggi Cosa Nostra non ha bisogno di politici ma sono loro stessi, oggi laureati che sono deputati, avvocati, notai e sono all'interno delle istituzioni.
Lui in gabbia per 33 anni, come i cardellini che vengono accecati per cantare meglio e deliziare le orecchie.
Lui non canta però, lui ha pagato per i suoi crimini, per quelli dei cavalieri, per quelli della borghesia massonica, dei politici e dei giornalisti suoi amici.
Lui solo una volta ha parlato con Claudio Fava, il figlio di Pippo, quando anni e anni dopo in carcere lo vide insieme alla Commissione antimafia che stava completando un giro delle carceri di massima sicurezza, perché volevano garanzie sul decoro di quella detenzione al 41 bis.
Santapaola lo chiamò
"Non dissi nulla, parlò lui. Mi disse che era innocente, che avrebbe stretto la mano di mio padre quando si sarebbero ritrovati lassù. Non lo interruppi, non gli chiesi nulla, non lo accusai di nulla: ascoltai, e basta", così scrive Claudio Fava.
Questa tesi che per anni e anni si sussurra a Catania sarà vera?
Non è stato lui a comandare di uccidere Pippo Fava?
Se non fu lui il mandante dell'omicidio Fava perché gli autori furono i suoi uomini fidati Maurizio Avola e Aldo Ercolano, il nipote prediletto, che forse sarà il suo successore al vertice del clan.
Come mai un capomafia diverso da Riina per una volta afferma che quell'omicidio che indignò la Catania, quella onesta, non è stato lui a volerlo?
Chi furono i mandati? I cavalieri del lavoro? Riina? E come mai lui il capo indiscusso lasciò fare? Aveva le mani legate?
Chissà parli, magari mandando una lettera ad un magistrato di cui si fida.
* Coordinatrice Commissione Mafia e Antimafia dell'Osservatorio
 
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