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03 marzo 2026
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Strage di Minab e doppio standard
di Emma Buonvino

Centosessantacinque bambine di Minab

Il 28 febbraio, una scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell’Iran, è stata colpita da un missile. Centosessantacinque bambine tra i sette e i dodici anni, insieme a insegnanti e personale scolastico, hanno perso la vita. Una tragedia immensa, che avrebbe dovuto scuotere il mondo.

Eppure, la risposta internazionale è stata debole, frammentaria, quasi distratta. Non c’è stata la tempestiva indignazione, i titoli shockanti, le dirette televisive che avrebbero accompagnato la morte di bambini in altri contesti geopolitici. Il mondo occidentale ha reagito con prudenza, dubbi o, nel peggiore dei casi, con tentativi di minimizzare o distorcere la realtà.

Il dolore di queste bambine è stato politicizzato già prima che fosse riconosciuto come tragedia umana. Foto manipolate, bufale diffuse, propaganda digitale: tutto per ridurre la loro morte a una questione tecnica o a un incidente di percorso. Non era la vita di centosessantacinque bambine, ma uno strumento narrativo.

La vicenda mette in luce un fenomeno inquietante: una gerarchia implicita delle vittime. Alcuni morti valgono più di altri, non per la gravità del crimine subito, ma per la loro posizione geografica, per gli interessi politici che il loro destino può servire. Bambine ucraine uccise da missili russi diventano simboli universali di barbarie; bambine iraniane uccise da missili americani o israeliani diventano dati da verificare, sospetti da confutare.

Ancora più doloroso è il contrasto con l’attenzione dedicata alle donne iraniane nelle proteste anti-velò o nelle lotte simboliche per la libertà: l’Occidente è pronto a mobilitarsi per corpi esposti come manifesto politico, ma resta silenzioso quando quei corpi vengono spezzati sotto le macerie della scuola sbagliata, nel Paese sbagliato. Qui la libertà e la vita non valgono più, l’attenzione scompare, e con essa ogni empatia universale.

Conclusioni politiche

Doppio standard mediatico: la copertura e la reazione pubblica seguono logiche geopolitiche, non criteri umanitari. Le vite dei più vulnerabili sono valutate in base alla convenienza politica, non alla gravità del crimine.

Propaganda e disinformazione: la manipolazione delle immagini e la diffusione di false narrazioni è una pratica che svilisce le vittime e orienta l’opinione pubblica verso versioni convenienti della realtà.

Responsabilità internazionale: Stati e alleanze che esercitano potere militare hanno l’obbligo di proteggere i civili e di garantire la trasparenza. Il silenzio o la minimizzazione costituiscono complicità morale.

Conclusioni umanitarie

Priorità alla vita e alla protezione dei civili: ogni bambino e ogni bambina ha diritto alla vita indipendentemente dal contesto geopolitico. Nessuna ideologia o interesse strategico può giustificare l’indifferenza.

Supporto alle vittime: sopravvissuti, famiglie e comunità devono ricevere assistenza immediata, psicologica e materiale. L’attenzione internazionale deve essere imparziale.

Riconoscimento universale del dolore: la memoria delle vittime non può essere selettiva. Ogni morte civile in guerra o conflitto armato deve essere trattata con la stessa dignità, protezione e risonanza morale.

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