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Dov'è il nostro cuore?
di
Rinaldo Battaglia *
Il 2 marzo 1942 a Kocevje, nella Dalmazia occupata dopo la nostra invasione del 6 aprile 1941, il gen. Mario Robotti, in quel momento comandante dell'XI Corpo d'Armata e capo militare della provincia annessa di Lubiana, presentando la Circolare 3 C del gen. Mario Roatta – operativa già dal 1° marzo - fece un preciso discorso alla sua Armata:
‘Lo so benissimo che tutti vorremmo fare la ‘vera’ guerra.
Ma nemmeno per scherzo si deve qualificare il nostro duro lavoro in modo inopportuno.
Dobbiamo fare la guerra con più brio, con una vivacità sostenuta fino ai termini dell’odio.
Bisogna odiare il vile nemico’.
Bisogna odiare.
E per meglio capire chi fosse il gen. Robotti va precisato che non era solo allora l’uomo forte della Slovenia occupata, il braccio destro di Roatta (a cui peraltro dal 5 febbraio ’43 subentrerà in toto) o il pupillo del Duce, ma quello da tutti considerato come un eroe, con tanto di medaglie al valor militare sul petto, già conseguite sin dai tempi della Grande Guerra per le battaglie sul Sabotino e sul Calvario (Podgora). Un patriota, diremmo oggi.
Mesi dopo, in un altro incontro con le sue truppe, sarà ancora più chiaro e diretto:
“Non vi preoccupate dei disagi della popolazione. Questo stato di cose l’ha voluto lei, quindi paghi”.
Sono gli altri – gli slavi, in questo caso – che se la sono cercata. È solo colpa loro, della loro ignoranza, della loro arretratezza, dell’esser - di fatto - indiscutibilmente figli di un dio minore perchè nati nel posto sbagliato. Semplice, banale.
Un giorno Fedor Dostoevskij scrisse che ‘Se il demonio non esiste, ma l’ha creato l’uomo, l’ha creato a sua immagine e somiglianza’.
Non conosceva a quel tempo il gen. Mario Robotti ma quelle parole a riguardo non avrebbero stonato nella descrizione del personaggio. Logico, consequenziale. Era il 1942, solo 84 anni anni fa.
In questi giorni, due anni fa e solo 82 anni dopo, un Ministro della Repubblica parlando del naufragio di Cutro del 26 febbraio 2024 e riferendosi ai 63 annegati (tra questi ai 15 innocenti bambini) ha precisato che “Io non partirei perché sono stato educato alla responsabilità di non chiedermi solo cosa mi debba aspettare dal paese in cui vivo, ma anche quello che posso dare io al paese in cui vivo per il riscatto dello stesso”. Per non rischiare di esser frainteso, in modo chiaro e diretto, ha ribadito:
“Non devono partire, questo messaggio è etico, non bisogna esporre donne e bambini a situazioni di pericolo”.
Che poi quei bambini fossero afgani – dove avvelenano l’acqua nelle scuole affinchè le figlie restino a casa e non si istruiscano – oppure pakistani o siriani in guerra da oltre dieci anni e ora colpiti anche da un tremendo terremoto, cosa vuol dire? Cosa cercavano qui quelle famiglie, quelle persone?
“Questo stato di cose l’ha voluto lei, quindi paghi”.
John Steinbeck, a suo tempo, aveva già anticipato la risposta idonea quel Ministro della Repubblica: "Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre".
“Questo stato di cose l’ha voluto lei, quindi paghi”.
Come quando, alla vista di una vittima di stupro, che ci compare davanti sanguinante e in stato di shock, la reazione fosse: “se non fosse uscita alla sera, se non fosse stata vestita in quel modo, se non andava da sola, non le sarebbe successo nulla”. Churchill diceva che ’la Storia si ripete: è uno dei suoi difetti.’
In Dalmazia sappiamo come è andata a finire. Sappiamo che a pagare non furono Roatta o Robotti. Sono passati quei generali e quel Duce, anche se non tutti lo sanno.
Passerà anche questa misera politica e le sue parole di ghiaccio.
Fabrizio De Andrè anni fa diceva “Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore” ma concludeva anche domandandosi: “Ma dove, dov'è il tuo cuore?”
Dov’è il nostro cuore?
2 marzo 2026 – 84 anni dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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