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Lo strano caso dell'ennesima guerra
di
Elisa Fontana
Tutti cerchiamo di trovare una logica, una motivazione, un senso nella guerra scatenata da Trump contro l’Iran. Certo, c’è in ballo il petrolio e a chi non farebbe gola? Ma l’Iran non è il Venezuela, non arrivi lì, arresti il presidente e ti impadronisci del petrolio.
L’Iran è quantomeno diversamente e meglio attrezzato rispetto al Venezuela e pensare di conquistarlo sul terreno ha davvero il sapore della follia, non tanto per il costo (altissimo e imprevedibile), ma per quello che potrebbe scatenare globalmente. Non solo, ma a quanto pare i vertici militari di Washington lo avrebbero caldamente sconsigliato, il Congresso è stato bellamente bypassato e gli americani sembrano essere davvero contrari, alle prese come sono con i problemi di tutti i giorni che si aggravano, nonostante le roboanti promesse elettorali.
Insomma, sembrerebbe che Iraq, Libia, Afghanistan non abbiano insegnato nulla ad un politico che, oltretutto, si era presentato come deciso a rinchiudersi nei confini nazionali e non interessarsi più di vicende internazionali.
E il disimpegno Nato era stato il primo passo in tal senso: se l’Europa vuole difendersi lo faccia da sola e non conti più su di noi era stato il brutale, ma chiaro messaggio. L’America first era sembrato il rimedio a tutti i mali, ma si è rivelato un misero slogan dietro il quale Trump ha comunque attaccato in Somalia, Iraq, Yemen, nei siti nucleari iraniani, in Venezuela e adesso di nuovo in Iran.
Insomma, non si intravede nessun disegno minimamente chiaro dietro le azioni di Trump, tranne un paio. In Venezuela, come abbiamo visto, per appropriarsi del petrolio, come un qualunque losco avventuriero, nello Yemen contro gli Houti e in Iran contro i siti nucleari per dare appoggio ad Israele.
Ecco, se c’è una sola cosa chiara in tutta questa nebbia geopolitica è che quando Netanyahu va a Washington non torna mai a mani vuote, l’appoggio di Trump è sicuro per qualunque avventura Bibi sia pronto a correre. Si potrebbe dire senza tema di smentite che il padrone del gioco sia quest’ultimo e Donaldo solo un prono esecutore. Il che, conoscendo il complesso di Napoleone di Trump suona stonato, eppure funziona così.
Anche in questa ultima avventura in Iran non chiedete a Trump quale sia lo scopo, se “solo” ammazzare Kamenei, se tentare un cambio di regime, se ha qualcuno da mettere a capo di un ipotetico governo, quanto durerà questa operazione. Nulla, quello che dice ora viene contraddetto solo dopo qualche ora e nel frattempo tre militari americani sono morti e due feriti senza sapere perché. Perché probabilmente non lo sa nemmeno lui, in attesa magari di un cenno da Bibi.
Perché, sì, ho questa impressione molesta che non va via, che sia Bibi ad avere in mano il bastone del comando e delle decisioni e lascia a Trump la scena internazionale per recitare la parte che ama di più: il padrone del potere americano che non deve chiedere permesso a nessuno per le proprie decisioni ed azioni e in cui “l’unico limite è la mia moralità”, come si è premurato di dirci tempo fa. E non c’è niente da ridere.
Rimane solo una domanda: cosa avrà mai in mano Bibi per avere sempre partita vinta?
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