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I bambini silenziati dalle bombe
di
Emma Buonvino
Ci sono silenzi che non sono pace.
Sono vuoti lasciati da una voce che non crescerà.
Nel secolo scorso, la Seconda Guerra Mondiale ha ucciso circa 1,5 milioni di bambini ebrei nella Shoah.
Milioni di altri sono morti sotto i bombardamenti che radevano al suolo città intere.
Alla fine del conflitto, oltre 13 milioni di bambini europei erano orfani.
Le bombe non hanno mai saputo distinguere una caserma da una culla.
In Vietnam, durante la Guerra del Vietnam, centinaia di migliaia di bambini morirono tra napalm e defolianti chimici.
L’Agent Orange ha continuato a colpire anche dopo la fine della guerra, nei corpi dei figli e dei nipoti.
In Iraq, nella Guerra in Iraq, oltre 200.000 civili sono stati uccisi secondo Iraq Body Count.
Tra loro, migliaia di minori.
UNICEF ha documentato un’impennata della mortalità infantile negli anni successivi all’invasione.
In Siria, nella Guerra civile siriana, più di 13.000 bambini sono stati uccisi.
Oltre 2,5 milioni sono diventati rifugiati.
Scuole e ospedali bombardati sistematicamente.
In Yemen, nella Guerra civile yemenita, oltre 11.000 bambini sono stati uccisi o mutilati.
Molti altri sono morti di fame, di colera, di assenza di cure.
Nella Striscia di Gaza, negli ultimi anni, migliaia di minori sono stati uccisi nei cicli di bombardamenti.
Dal 2023, le Nazioni Unite hanno definito Gaza il luogo più pericoloso al mondo per un bambino.
Decine di migliaia feriti.
Una generazione segnata nel corpo e nella mente.
Secondo l’ONU, negli ultimi 25 anni oltre 100.000 bambini sono stati ufficialmente registrati come uccisi o mutilati nei conflitti armati.
Il numero reale è certamente più alto.
Oggi 473 milioni di bambini vivono in zone di guerra.
Quasi mezzo miliardo.
Non è fatalità.
Non è destino.
È una scelta politica.
Le Convenzioni di Ginevra proteggono i civili.
La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia tutela i minori.
Le norme esistono. Le firme ci sono.
Eppure si bombardano quartieri densamente popolati.
Si assediano territori tagliando acqua ed elettricità.
Si vendono armi a governi che colpiscono aree urbane.
Le guerre del nostro tempo non colpiscono solo eserciti.
Colpiscono infrastrutture civili.
Colpiscono scuole.
Colpiscono incubatrici.
Colpiscono il futuro.
Ogni bambino ucciso non è un effetto collaterale.
È il risultato di una catena di decisioni:
produzione di armi, accordi militari, veti diplomatici, silenzi strategici.
Un bambino non dovrebbe mai essere una variabile accettabile.
Quando smettiamo di indignarci, quando consideriamo “inevitabile” la morte dei più piccoli, qualcosa si spezza dentro l’idea stessa di umanità.
Forse la vera domanda politica è questa:
che tipo di civiltà continua a chiamare sicurezza la distruzione dell’infanzia?
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