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01 marzo 2026
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Khamenei tra diritto islamico, potere politico e autorità morale
di Leandro Leggeri

Non siamo di fronte a una semplice escalation militare né alla “decapitazione” di una leadership politica, come tante nella storia dei conflitti moderni.

L’uccisione della Guida Suprema iraniana rappresenta un evento di rottura sistemica, perché colpisce il fondamento teologico-politico su cui si regge la Repubblica islamica e, più in profondità, una parte centrale dello sciismo duodecimano.

Il cuore di questo sistema è la Wilāyat al-faqīh (Il governo del giurisperito), dottrina elaborata da Ruhollah Khomeini e sistematizzata nella sua opera principale, Il governo islamico.

Secondo questa concezione, in assenza dell’Imām occultato, il dodicesimo Imām (al-Mahdī) — figura escatologica che, nella teologia duodecimana, è vivo ma nascosto e destinato a riapparire alla fine dei tempi per ristabilire la giustizia — ai giurisperiti islamici spetta il compito di esercitare l’autorità politica suprema: governare la Comunità dei credenti, garantire l’ordine, amministrare lo Stato e persino esercitare funzioni legislative. Non si tratta di una soluzione provvisoria o tecnica, ma di una sostituzione legittimata sul piano religioso.

La Guida Suprema non è dunque un capo di Stato tra gli altri. È il Wali al-faqīh, il vicario dell’Imām occulto nel mondo terreno. Questa funzione non è riducibile a una carica costituzionale: è il punto di saldatura tra diritto islamico, potere politico e autorità morale. Colpire il Wali al-faqīh significa colpire la fonte stessa della legittimità del sistema, non uno dei suoi ingranaggi.

A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato nel dibattito occidentale: la Guida Suprema è anche Marjaʿ al-taqlīd, cioè il “riferimento dell’imitazione”. Nel mondo sciita, il Marjaʿ è l’autorità religiosa suprema a cui milioni di fedeli si affidano per l’interpretazione della legge islamica e per l’orientamento della propria vita religiosa.

Perdere un Marjaʿ di questo livello non equivale a un cambio di governo: significa una frattura nell’ordine religioso, una perdita di riferimento che travalica i confini nazionali iraniani.

Per questo l’evento non riguarda solo l’Iran. Coinvolge l’intero spazio dello sciismo duodecimano, dalle comunità del Libano e dell’Iraq fino allo Yemen e alla diaspora sciita globale. È un atto che assume inevitabilmente il significato di guerra teologico-politica, perché colpisce il vertice simbolico che garantiva coesione, continuità e legittimità.

In questo contesto, parlare di mediazione o di de-escalation come se fossimo ancora in una crisi “gestibile” è illusorio. Non esiste più uno spazio simbolico condiviso su cui costruire un compromesso. Qualunque tentativo di moderazione imposto al campo sciita verrebbe letto come collasso dell’autorità sacra, come rinuncia al principio stesso che giustifica l’esistenza del sistema politico iraniano. Non è una questione di volontà o di calcolo razionale: è una questione di sopravvivenza strutturale.

Ecco perché questo evento può essere definito, senza forzature, la Sarajevo del Vicino Oriente. Non per analogia emotiva o retorica, ma per effetto sistemico. Come nel 1914, un singolo atto ha spezzato l’equilibrio e reso inevitabile una dinamica di guerra che travalica i confini regionali, coinvolgendo alleanze, identità e ordini simbolici più ampi.

Questo è il punto di non ritorno. Non perché qualcuno lo desideri, ma perché la soglia strutturale è stata superata. Da qui in avanti non siamo più nel campo della gestione della crisi, ma in quello della storia che accelera, con conseguenze che andranno ben oltre il teatro iraniano.

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