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01 marzo 2026
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Trauma come dominio
di Emma Buonvino

✧ Quando il trauma diventa dominio ✧

C’è una ferita nella storia ebraica che nessuno può negare. Una ferita fatta di persecuzioni, espulsioni, pogrom, sterminio.

Ma esiste un punto delicato, doloroso, quasi impronunciabile: quando un trauma non elaborato smette di essere memoria e diventa potere.

Quando la paura di essere cancellati si trasforma nella necessità di controllare. Quando il “mai più” si restringe fino a significare: mai più per noi.

La violenza dei coloni in Cisgiordania si inserisce in questo spazio ambiguo.

Non nasce dal nulla. Si radica in un’ideologia di possesso sacralizzato della terra, nella convinzione che la sicurezza possa essere costruita sottraendo spazio e futuro ad altri.

Ma la sicurezza fondata sulla dominazione non è sicurezza. È solo una tregua armata.

Quando una comunità espelle un’altra per sentirsi al sicuro, non sta guarendo il proprio trauma. Lo sta trasmettendo.

Il trauma collettivo può generare empatia. Oppure può generare gerarchia: chi ha sofferto di più ha diritto di più.

E in questa logica pericolosa, la sofferenza diventa capitale politico.

✧ Il nodo morale ✧

Il diritto internazionale — come ha ricordato la Corte Internazionale di Giustizia nel 2004 dichiarando illegali le colonie nei territori occupati — non è un dettaglio tecnico.

È il tentativo dell’umanità di impedire che la forza diventi legge.

Quando la colonizzazione continua nonostante questo, e quando la violenza che la sostiene resta quasi sempre impunita, non siamo più davanti a deviazioni individuali.

Siamo davanti a una struttura che normalizza la pressione, lo spossessamento, la paura.

✧ La domanda che resta ✧

Cosa accade a una società quando la violenza diventa strumento politico ordinario?
Cosa accade quando l’espulsione silenziosa di un villaggio non scandalizza più?
Quando le case bruciate sono solo una notizia tra le altre?

Accade che il trauma si cristallizza.
Diventa identità.
Diventa confine. Ma nessun popolo si salva costruendo la propria continuità sulla cancellazione di un altro.

✧ Per noi che guardiamo ✧

Non si tratta di scegliere una parte per odio. Si tratta di riconoscere una dinamica.

La violenza dei coloni in Cisgiordania non è solo cronaca. È un laboratorio di dominio territoriale attraverso la pressione costante, l’impunità e la frammentazione delle comunità.

E ogni volta che la chiamiamo “scontro”, la rendiamo più facile.

Ogni volta che la chiamiamo per nome, la rendiamo visibile.

E la visibilità, anche quando non basta, è il primo passo per interrompere la ripetizione del trauma come destino.

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