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Fermare il ciclo dell'orrore
trad. di Antonella Salamone
Bambini in età scolare, piccoli corpi che si muovono a passi incerti. Volti di madri irrigiditi dal terrore. Padri che corrono per le strade senza una direzione, obbedendo all'istinto di proteggere ciò che resta del loro mondo. Un uomo che afferra la mano della moglie e la tira avanti, il volto coperto di sangue, incerto se la stia salvando o solo ritardando la morte. Grida, caos, polvere che si alza come se la terra ferita stessa esalasse dolore.
Questa non è una scena immaginata da poeti o artisti. Non è un frammento di storia lontana o un documentario pensato per risvegliare le coscienze. È uno schema, terribile nella sua familiarità, che si ripete ripetutamente a dispetto della moralità umana.
Ho assistito a scene simili così spesso che non appartengono più all'immaginazione. Si sono scolpite nella mia visione e nella mia comprensione di ciò che le persone possono fare l'una all'altra. Riconosco il ritmo: il respiro prima dell'impatto, l'eruzione del caos, i secondi in cui il mondo perde significato.
Bambini che pochi istanti prima stavano pensando ai compiti. Madri che pianificano la cena. Padri che sperano semplicemente di sopravvivere a un altro giorno qualunque. Poi, in un solo istante, questa fragile normalità si frantuma come colpita da una mano spietata.
C'è un profondo dolore nel vedere lo stesso incubo tornare in strade diverse, in famiglie diverse, eppure sempre con lo stesso terrore negli occhi. È come se l'umanità fosse condannata a ripetere la sofferenza finché non impara una lezione che si rifiuta di accettare.
Nessun bambino dovrebbe conoscere così da vicino il suono del terrore.
Nessuna madre dovrebbe correre portando con sé sia la paura che il sangue. Nessun padre dovrebbe scandire il tempo con sirene e urla. Eppure questo è ciò che abbiamo permesso che accadesse di nuovo.
La tragedia non sta solo nella distruzione di case e corpi. Sta nella ripetizione, nella facilità con cui l'orrore diventa familiare, nella rapidità con cui le persone imparano la coreografia della catastrofe come se fosse una lingua che non avrebbero mai dovuto parlare.
Non abbiamo bisogno di altre giustificazioni o di argomentazioni più forti da parte di coloro che si proclamano giusti. Ciò di cui abbiamo bisogno, ciò che l'umanità esige, è che questo ciclo finisca.
Per i bambini che meritano di conoscere la scuola come un luogo di risate, non di perdita, e per i genitori le cui braccia dovrebbero contenere l'amore, non i suoi resti. Il grido di un bambino non ha alcuna fedeltà. Le lacrime di una madre non servono a nessuna ideologia. L'istinto di sopravvivenza è più antico delle nazioni, delle controversie e dell'arroganza che cerca di giustificare la sofferenza.
C'è solo l'umanità. E l'umanità si sta di nuovo sgretolando, forse più profondamente di prima.
Ezzideen Shehab
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