 |
Attacco all'Iran: la memoria corta
di
Laurent Luboya
Quelli che tifano per la guerra e per la distruzione dell’Iran hanno la memoria corta. La guerra non è mai un evento chirurgico, non è mai limitata agli obiettivi dichiarati. È un terremoto che scuote economie, società, famiglie. E alla fine, direttamente o indirettamente, tutti ne pagano le conseguenze.
Guardiamo alla guerra in Jugoslavia: oltre alle vittime e alla devastazione materiale, quante fabbriche furono chiuse? Quante imprese fallirono? Quante persone, anche oltre i 50 anni, persero il lavoro senza più riuscire a reinserirsi nel mercato? Intere generazioni furono segnate da disoccupazione, povertà e migrazione forzata.
Ricordiamo poi la prima e la seconda guerra contro l’Iraq: oltre alla distruzione interna, quelle guerre produssero instabilità regionale, terrorismo, crisi energetiche e ripercussioni economiche globali. Anche in Europa si sentirono gli effetti, tra aumento dei prezzi, incertezza e tensioni sociali.
E che dire della Siria e della Libia? Milioni di persone costrette a fuggire. Flussi migratori che hanno cambiato gli equilibri politici e sociali di molti Paesi europei. Instabilità che dura ancora oggi. Lo stesso vale per il Sudan, dove il collasso dello Stato ha generato una spirale di violenza difficile da arrestare.
Chi oggi tra gli iraniani che invoca un intervento militare contro l’Iran dovrebbe chiedersi: cosa accade dopo? Chi garantisce che non si apra una fase di frammentazione interna, di guerra civile, di ingerenze straniere multiple? Chi può assicurare che non si produca una “sirianizzazione” o una “sudanizzazione” del Paese, con milizie, divisioni etniche, crisi economica e milioni di sfollati?
La guerra non è un videogioco, non è uno slogan gridato sui social. È distruzione di infrastrutture, è crollo della moneta, è perdita di posti di lavoro, è fuga di cervelli, è trauma collettivo. E quando un grande Paese viene destabilizzato, l’effetto domino si estende ben oltre i suoi confini.
La storia recente dovrebbe insegnarci prudenza. Prima di applaudire i bombardamenti, bisognerebbe riflettere sulle macerie che restano. Perché ricostruire è sempre più difficile che distruggere.
Chi vivrà, vedrà.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|