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“Grande Israele”: un progetto coloniale, non un mito
di
Emma Buonvino
Le due strisce azzurre sulla bandiera israeliana non sono un ornamento casuale. Nella lettura ideologica di settori del sionismo politico e religioso, esse richiamano i confini biblici che si estenderebbero dal Nilo al Tigri.
Non è una posizione ufficiale dello Stato nel diritto internazionale, ma un’idea persistente, mai davvero sconfessata, che ha orientato politiche concrete di espansione territoriale, colonizzazione e violenza sistemica.
1. Origine ideologica: il sionismo come colonialismo d’insediamento
Il sionismo politico, formulato alla fine dell’Ottocento da Theodor Herzl, nasce come progetto coloniale europeo: una popolazione esterna che si insedia su una terra già abitata, con l’obiettivo di sostituirne la popolazione nativa.
Non si trattava di “convivenza”, ma di trasferimento, come mostrano lettere, diari e atti dei primi congressi sionisti.
2. La violenza fondativa: pulizia etnica e nascita dello Stato
Nel 1947-1949, durante la Nakba, oltre 750.000 palestinesi furono espulsi con la forza.
Milizie sioniste come Irgun e Lehi praticarono massacri deliberati (Deir Yassin è solo il caso più noto).
Lo Stato di Israele nasce così: su espulsione, distruzione di villaggi, cancellazione di un popolo dalla geografia.
3. Espansione continua: territori occupati e colonie illegali
Dal 1967, con l’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, Israele avvia una colonizzazione permanente, in violazione:
della IV Convenzione di Ginevra
di decine di risoluzioni ONU
Le colonie non sono “incidenti”, ma strumenti di annessione graduale: spezzano il territorio palestinese, rendono impossibile uno Stato sovrano, preparano l’assorbimento finale della terra.
4. Dottrina strategica: frammentare per dominare
Documenti come il Piano Yinon (1982) indicano apertamente la strategia israeliana:
indebolire e frammentare i paesi arabi circostanti per garantire l’egemonia regionale.
Non è teoria del complotto: è dottrina geopolitica discussa in ambienti militari e accademici israeliani.
5. Gaza e Cisgiordania oggi: eliminare i nativi
Assedi, fame come arma, distruzione di infrastrutture civili, uccisione sistematica di civili, bambini, disabili.
In Cisgiordania: coloni armati, pogrom protetti dall’esercito, espropri quotidiani.
Questo è colonialismo classico: quando la popolazione nativa non può essere assimilata, viene espulsa, schiacciata o eliminata.
6. Complicità internazionale
Senza il sostegno politico, militare ed economico di USA ed Europa, questo progetto non sarebbe sostenibile.
L’impunità di Israele non è un errore del sistema internazionale: è una scelta politica.
Conclusione
La “Grande Israele” non è una fantasia marginale:
è un orizzonte ideologico che prende forma attraverso fatti concreti – terre rubate, villaggi distrutti, corpi palestinesi uccisi o cancellati.
Chiamarlo con il suo nome non è antisemitismo.
È analisi storica e politica di un progetto coloniale che continua a produrre morte.
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