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24 febbraio 2026
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Huckabee interpreta profezie
di Tahar Lamri

Le dichiarazioni rilasciate da Mike Huckabee nel podcast di Tucker Carlson - dove ha affermato che Israele avrebbe “in linea di principio” il diritto sulla terra che si estende dal Nilo all'Eufrate - hanno fatto scalpore. Ma chi conosce il personaggio non si è sorpreso. Huckabee parla così da decenni.

L'attuale ambasciatore americano in Israele non è un diplomatico tradizionale. È un pastore battista, ex governatore dell'Arkansas, ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, che ha visitato Israele più di cento volte e che ha costruito l'intera sua visione politica attorno a una convinzione teologica precisa: il sostegno a Israele non è una scelta strategica, è un obbligo divino.

Già nel 2017 aveva dichiarato pubblicamente che “non esiste nulla che si chiami Cisgiordania, si chiama Giudea e Samaria”. Aveva aggiunto che “non esiste nulla che si chiami Palestina” e che i palestinesi potrebbero trovare “abbondanza di terra” in Giordania, Egitto o Siria. Aveva sostenuto con entusiasmo il trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme e il riconoscimento delle Alture del Golan, definendoli passi “logici e necessari”. La sua posizione sulla soluzione a due Stati è altrettanto netta: “Non ce n'è bisogno. Israele ha il diritto su tutta la terra che governa”.

Per capire Huckabee bisogna capire il movimento a cui appartiene: il sionismo cristiano, una corrente teologica radicata nell'evangelicalismo protestante americano che fonde lettura biblica letterale e impegno politico concreto.

Il suo nucleo dottrinale si regge su tre pilastri. Il primo è che gli ebrei sono il popolo eletto di Dio, la nazione privilegiata tra tutte. Il secondo è che esiste un patto eterno e irrevocabile tra Dio, il popolo ebraico e la Terra Santa: il patto abramitico della Genesi, valido “fino al Giorno del Giudizio”. Il terzo, forse il più dirompente sul piano politico, è che il ritorno degli ebrei in Palestina e la fondazione dello Stato di Israele sono tappe necessarie di un disegno escatologico che precede il ritorno di Cristo, quello che i teologi chiamano «dispensazionalismo premillenarista».

In questa visione, la storia non è una sequenza di eventi umani ma un piano divino già scritto, e chi si oppone a Israele si oppone a Dio stesso. Huckabee cita spesso la Genesi (12:3): “Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò coloro che ti malediranno” come fondamento teologico dell'alleanza tra Stati Uniti e Israele. Usa il termine “atto di proprietà” o “titolo legale eterno” per descrivere il rapporto tra il popolo ebraico e la terra. Una volta disse, non senza una certa disinvoltura: “Credo che dovrei convertirmi all'ebraismo” e aggiunse, con tono più serio: “Se non ci fosse stata la religione ebraica, il cristianesimo non sarebbe mai esistito”.

La scelta di Trump di affidare l'ambasciata a Tel Aviv a un uomo simile non è casuale. Segna uno spostamento simbolico e sostanziale: il principale sostegno americano a Israele non passa più dalla comunità ebraica americana - storicamente democratica e sempre più critica verso le politiche di Netanyahu - ma da una base evangelica conservatrice di decine di milioni di persone per cui difendere Israele è un atto di fede, non di politica estera.

Huckabee non negozia confini. Interpreta profezie. E questo, in un momento in cui si discute di accordi, cessate il fuoco e futuri assetti regionali, non è un dettaglio secondario.

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