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Licenza di uccidere geopolitica
di Emma Buonvino
L’ordine internazionale contemporaneo ha già stabilito un precedente che dovrebbe terrorizzare chiunque creda ancora nel diritto tra gli Stati: la pretesa di poter assassinare leader, generali, scienziati e vertici politici di Paesi designati come nemici — e continuare a chiamarlo “ordine”.
Quando Donald Trump fece uccidere Qassem Soleimani nel 2020, in territorio iracheno, non fu solo l’eliminazione di un generale. Fu la dichiarazione implicita che Washington si attribuisce il diritto di colpire il vertice militare di uno Stato sovrano fuori da qualsiasi guerra dichiarata e fuori da qualsiasi processo.
Nessuna conseguenza reale.
Nessuna sanzione.
Nessun isolamento.
Solo dibattiti sulla “opportunità”.
Questo è il precedente che oggi rende dicibile — e pensabile — la minaccia di uccidere la leadership iraniana. Non nasce dal nulla. Nasce da una prassi già normalizzata: l’eliminazione mirata come strumento di politica estera.
Lo stesso schema si è visto quando la NATO ha bombardato la Libia fino al rovesciamento e alla morte di Muammar Gheddafi nel 2011: un intervento formalmente umanitario che si è trasformato in cambio di regime violento. Anche lì il messaggio era chiaro: alcune sovranità possono essere annullate, alcuni leader possono essere rimossi fisicamente con la forza internazionale.
In Iraq, l’invasione che portò alla caduta e poi all’esecuzione di Saddam Hussein fu giustificata con pretesti rivelatisi falsi. Ma il punto strutturale resta: la leadership di uno Stato sovrano fu resa eliminabile da una coalizione che si arrogò il diritto di rifondare un Paese.
Nel frattempo, per anni, scienziati nucleari iraniani sono stati assassinati in operazioni clandestine attribuite a Israele — omicidi mirati in tempo di pace contro civili coinvolti in programmi statali. Anche questi assorbiti nel lessico della sicurezza.
Ogni episodio ha ampliato la soglia dell’accettabile.
Ogni volta il mondo ha reagito meno.
Ed eccoci qui: alla possibilità apertamente discussa di eliminare il vertice politico-religioso di un altro Stato, come se fosse una variante operativa. Non un crimine supremo contro la sovranità. Non un atto di guerra totale. Ma un’opzione.
Questa è la trasformazione: la sovranità non è più un principio universale, è una concessione revocabile. Alcuni Stati la possiedono per natura. Altri solo finché non entrano in collisione con l’egemonia dominante.
Il diritto internazionale, in questo schema, non è più limite.
È selezione.
Vale contro i deboli.
Scompare contro i forti.
Chi minaccia di assassinare la leadership di un Paese straniero sta affermando esattamente questo: esiste un potere sopra gli Stati che decide chi governa e chi deve essere rimosso. È la definizione stessa di ordine imperiale.
E la complicità non è astratta. È concreta: governi alleati che non condannano, media che analizzano invece di denunciare, opinioni pubbliche che consumano la prospettiva dell’eliminazione come spettacolo geopolitico.
La storia dimostra che questa logica non resta mai confinata ai nemici ufficiali. Una volta stabilito che esistono leader eliminabili, la categoria si espande. Prima gli ostili, poi gli scomodi, poi chiunque ostacoli interessi strategici.
È sempre così che funziona il potere senza limite: crea eccezioni finché l’eccezione diventa norma.
Per questo la questione non è solo l’Iran.
L’Iran è il caso attuale di una regola già scritta.
La regola è brutale: chi domina si arroga il diritto di uccidere politicamente oltre confine — e pretende che il mondo lo consideri legittimo.
Questo non è ordine internazionale.
È la sua negazione armata.
E il fatto che venga accettato senza rottura globale è la prova più grave: la licenza di uccidere geopolitica è ormai incorporata nel sistema.
Non come scandalo.
Come metodo.
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