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Sei marocchina, non puoi protestare
di Tahar Lamri
Haji, 17 anni, ha partecipato a un presidio sindacale. Lo Stato le ha mandato i servizi sociali a casa.
L'8 novembre scorso, davanti al negozio Patrizia Pepe in Piazza Duomo a Firenze, una decina di studenti del Liceo Machiavelli Capponi si sono uniti agli operai della stireria L'Alba di Montemurlo: lavoratori, in gran parte pakistani, che da mesi non vedevano lo stipendio. Hanno scandito slogan. Hanno solidarizzato. Hanno esercitato quello che la Costituzione chiama libertà di riunione.
Mesi dopo, a fine gennaio, Haji ha ricevuto una lettera a casa. Convocazione ai servizi sociali, insieme ai genitori. Durante il "colloquio" - definito dai presenti più simile a un interrogatorio in questura, ma senza avvocato - le hanno mostrato foto di persone chiedendole se le conoscesse.
Le hanno contestato di aver partecipato alla manifestazione, di aver interagito con i manifestanti, di aver scandito slogan. Tre mesi dopo un presidio pacifico, lo Stato stava costruendo un dossier su una ragazza di 17 anni. Le hanno detto infine di non partecipare più a manifestazioni, per evitare "conseguenze più gravi". I servizi sociali hanno avviato un'indagine sulla sua famiglia, alla ricerca di qualche fattore criminogeno che spiegasse un comportamento tanto anomalo: la solidarietà verso chi lotta per il proprio salario.
Gli altri studenti presenti quel giorno non hanno ricevuto nessuna lettera. Hagi è l'unica con un cognome marocchino.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché quello che è accaduto non ha precedenti. In anni di mobilitazioni davanti alle fabbriche pratesi, con decine di studenti del Machiavelli Capponi che partecipano regolarmente a scioperi e presidi sindacali, non era mai successo niente di simile. Mai un minorenne segnalato ai servizi sociali per aver manifestato.
I servizi sociali esistono per proteggere i minori da abusi, abbandono, violenza familiare non per indagare le famiglie di chi scandisce slogan in piazza. Usarli in questo modo significa trasformare uno strumento di tutela in uno strumento di controllo politico. È una distorsione istituzionale grave, che dovrebbe allarmare chiunque, indipendentemente da dove si colloca nello spettro politico.
E invece il silenzio è totale. Nessun politico ha commentato. Nessuna istituzione ha risposto. Il Comune di Firenze tace. La Regione tace. Perfino l'opposizione tace. Una vicenda che in un paese con riflessi democratici sani avrebbe prodotto almeno un'interrogazione parlamentare, una richiesta di chiarimenti, una dichiarazione, viene ignorata dal dibattito pubblico ufficiale e confinata ai margini come se non riguardasse tutti.
Alla scuola di Haji hanno invece capito benissimo cosa sta succedendo: 800 firme in pochi giorni, tra studenti, docenti e genitori. Perché quando lo Stato sceglie a chi applicare la sorveglianza in base alle origini familiari, non si tratta di una svista burocratica. Si tratta di un messaggio.
Rivolto a lei, e a chi le assomiglia: puoi studiare, puoi anche fare la brava studentessa, ma la piazza non è roba tua.
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