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Regimi arabi corresponsabili a Gaza
di Tahar Lamri
Si parla molto della responsabilità occidentale nel genocidio di Gaza e giustamente, visti i 26 paesi che continuano a rifornire Israele di armi e componenti militari. Ma c'è una complicità altrettanto grave, forse più bruciante, di cui quasi nessuno parla: quella dei regimi arabi.
Non è inazione. Non è debolezza. È partecipazione attiva, documentata, remunerativa.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno aumentato il commercio con Israele di 237 milioni di dollari mentre Gaza veniva rasa al suolo. Hanno costruito con Tel Aviv un corridoio terrestre per rifornire Israele di cibo, componenti elettronici e materiali industriali mentre la popolazione di Gaza moriva di fame. Hanno condiviso intelligence con Washington e Tel Aviv. E nel maggio 2025 hanno consegnato a Trump un assegno da 1.400 miliardi di dollari in investimenti e forniture militari.
Il Marocco ha trasformato TangerMed (Tangeri, nel nord del paese) in un hub per il transito di armi americane dirette a Israele - incluse componenti degli F-35 che bombardavano Gaza - dopo che la Spagna aveva detto no. Ha aumentato i propri scambi commerciali con Israele anche durante il genocidio. Ha firmato con Israele il primo memorandum di cooperazione militare tra i due paesi. Ha comprato sistemi missilistici israeliani, droni da attacco, semoventi di artiglieria. Ha aperto sul proprio territorio la prima fabbrica israeliana di droni militari in Africa. Nel luglio 2024, nel pieno del genocidio, il Marocco ha ordinato a Israel Aerospace Industries due satelliti spia militari ad alta risoluzione per oltre un miliardo di dollari.
L'Egitto ha sigillato il valico di Rafah - l'unica uscita da Gaza non controllata da Israele - trasformando la fuga dalla morte in un business. Chi aveva dai 5.000 ai 20.000 dollari poteva comprare un posto sulla lista dell'agenzia Hala Consulting, di proprietà di un uomo con stretti legami coi servizi di sicurezza egiziani: almeno 118 milioni di dollari incassati in tre mesi di guerra. E mentre Gaza moriva di stenti, il Cairo firmava con Israele il più grande accordo di esportazione di gas naturale della storia israeliana: 35 miliardi di dollari.
La Giordania ha condannato pubblicamente il genocidio mentre in parallelo partecipava alle riunioni segrete del Regional Security Construct coordinato da CENTCOM insieme a Israele, Egitto, EAU e Arabia Saudita - una struttura militare integrata con esercitazioni congiunte, condivisione di intelligence e pianificazione operativa comune. Ha contribuito attivamente a isolare Gaza sul piano regionale, allineandosi con la logica di un sistema pensato per marginalizzare la resistenza palestinese, non per proteggerla. In una presentazione PowerPoint di CENTCOM, Gaza e Yemen compaiono su una mappa con missili sovrapposti. Obiettivi da neutralizzare, non popolazioni da proteggere.
Cosa pensassero davvero questi leader lo ha messo nero su bianco Bob Woodward nel suo libro War (2024), basato su conversazioni dirette coi protagonisti. Nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, mentre rilasciavano dichiarazioni pubbliche di condanna, in privato dicevano tutt'altro a Blinken. Il re di Giordania, il presidente degli EAU, i vertici di Arabia Saudita ed Egitto espressero tutti il loro sostegno alla campagna militare israeliana.
Mohammed bin Zayed fu il più diretto: "Hamas deve essere eliminata". La loro preoccupazione non era la strage di civili. Era che le immagini di quella strage potessero innescare disordini nelle loro società. Hamas, ai loro occhi, era prima di tutto una costola dei Fratelli Musulmani una minaccia per i loro regimi, non un movimento di resistenza da proteggere.
La sigillatura del confine di Rafah da parte dell'Egitto ha avuto un costo umano che si può misurare. Le autorità di Gaza hanno dichiarato che la sua chiusura ha contribuito direttamente alla morte di almeno 1.000 palestinesi, persone che avrebbero potuto essere salvate con cure mediche o evacuazioni. Erano 25.000 i malati gravi in attesa di uscire. Eppure il valico è rimasto chiuso, e con esso ogni possibilità di soccorso esterno.
Il presidente algerino Tebboune, in un comizio ad agosto 2024, ha urlato quello che molti pensavano in silenzio: "Giuro su Allah se gli egiziani ci lasciassero passare e aprissero il confine tra Egitto e Gaza, il nostro esercito è pronto. Appena apriranno il confine e lasceranno entrare i nostri camion, costruiremo tre ospedali in 20 giorni. Manderemo centinaia di medici e aiuteremo a ricostruire ciò che i sionisti hanno distrutto." Era un grido di impotenza davanti a un muro eretto non da Israele, ma da un paese arabo fratello.
E ora siamo al capitolo finale di questa storia, quello che ne rivela la logica compiuta. Il 19 febbraio 2026 questi stessi regimi si sono seduti attorno al tavolo del Board of Peace di Trump - la struttura creata per decidere il futuro di Gaza senza i palestinesi - e hanno aperto il portafoglio. Marocco, EAU, Qatar, Arabia Saudita, Bahrain e altri hanno contribuito collettivamente a un fondo da 7 miliardi di dollari per la "ricostruzione". Il Marocco ha fatto di più: si è impegnato a inviare ufficiali militari e forze di polizia nella Forza Internazionale di Stabilizzazione che presidierà Gaza. Egitto e Giordania hanno offerto di addestrare la nuova polizia palestinese.
La struttura è trasparente nella sua logica coloniale. Trump ne è presidente a vita. Non ci sono palestinesi nel consiglio esecutivo. Il piano di ricostruzione - elaborato da Jared Kushner, genero di Trump con affari lucrosi in tutto il Golfo - prevede resort di lusso, grattacieli e un aeroporto internazionale su una terra dove 2,2 milioni di persone vivono ancora sotto le tende. Il Cardinale Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, l'ha definita senza mezzi termini "un'operazione colonialista: altri che decidono per i palestinesi". I principali alleati occidentali degli Stati Uniti - Francia, Germania, Canada, Regno Unito - si sono rifiutati di aderire. I regimi arabi, invece, hanno firmato.
La verità è questa: questi governi non hanno abbandonato la causa palestinese per debolezza o per paura di Israele. L'hanno tradita per calcolo, per interesse, e in alcuni casi per ideologia. Prima hanno armato chi distruggeva Gaza. Poi hanno chiuso le frontiere mentre Gaza moriva di fame. Poi hanno incassato mentre Gaza bruciava. Ora si candidano a gestirne le macerie. In ogni fase, proteggere il proprio trono valeva più di Gaza.
Il rapporto ONU di Francesca Albanese dell'ottobre 2025 lo certifica senza eufemismi: il genocidio di Gaza è un crimine collettivo, reso possibile dalla complicità di 63 stati. Tra questi, i regimi arabi che lo hanno condannato in pubblico e sostenuto in privato. Che hanno firmato accordi miliardari mentre i bambini di Gaza morivano sotto le bombe. E che ora siedono al tavolo di Trump per decidere cosa fare del popolo che hanno contribuito a distruggere
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