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Fango e fogne come arma: ennesimo assalto al popolo palestinese
di Emma Buonvino
A Gaza non esiste più neppure la terra su cui poggiare i piedi.
La sabbia, un tempo morbida e viva, è stata trasformata in un impasto di acque di fogna, deliberate, deviate, spinte dentro le zone dove la popolazione civile tenta ancora di sopravvivere. Non è un incidente, non è un disastro naturale: è una scelta. Una strategia. Un’arma.
Costringere un popolo a vivere immerso nell’acqua nera degli scarichi significa negargli l’ultimo frammento di dignità rimasto. È un modo lento, viscido, silenzioso di annientare: dopo le bombe, dopo la fame, dopo le epidemie, arriva il fango che toglie respiro, salute, possibilità.
Le malattie esplodono. Le infezioni dilagano. Ogni passo diventa un rischio. Ogni bambino che cammina diventa vulnerabile. Ogni casa allagata da liquami diventa una trappola.
Quando un esercito devia le acque di fogna verso una popolazione già devastata, sta dicendo una cosa sola: “Voglio che tu non viva.”
È un atto di sterminio con altri mezzi, una guerra contro i corpi e contro l’ambiente in cui questi corpi cercano di sopravvivere.
E intanto il mondo osserva, commenta, misura, calcola.
Ma la verità è semplice: non si può parlare di “errori”, di “conseguenze collaterali”, di “effetti della guerra”.
Questa è volontà.
Questa è progettualità.
Questa è l’ennesima forma di violenza sistemica contro un popolo che da decenni tenta solo di restare vivo.
I gazawi camminano nell’acqua di fogna, ma non affogheranno nella narrativa dell’indifferenza.
Ogni gesto di chi li vuole schiacciare è un atto che noi dobbiamo denunciare, ricordare, scrivere, tramandare.
Perché quello che accade a Gaza non è solo un crimine contro un territorio:
è un crimine contro l’umanità intera.
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