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Processo alle parole
di Emma Buonvino
Secondo l'ultimo studio apparso su Lancet, i morti a Gaza di morte violenta dal 7 ottobre 2023 al 5 gennaio 2025 superano i 75.000. Sono considerate qui solo i morti per effetto dei bombardamenti, non quelle collaterali o indotte per inedia o per malattia dovute alla mancanza di cure.
In precedenza circolava il dato di 72.061 palestinesi uccisi e 171.715 feriti, dati del ministero della sanità palestinese.
Comunque sia, in poco più di un anno, Israele ha colpito circa il 13% dell’intera popolazione di Gaza: morti, mutilati, traumatizzati, orfani, sepolti vivi sotto le macerie.
Oltre l’80% civili.
Decine di migliaia di bambini.
Questi numeri non sono incidenti di guerra.
Sono l’esito di metodi militari contro una popolazione civile intrappolata:
– bombardamenti massivi su aree densamente abitate
– quartieri residenziali rasi al suolo
– ospedali, scuole e rifugi colpiti ripetutamente
– assedio totale: cibo, acqua, carburante, medicine bloccati
– civili uccisi mentre cercavano aiuti
– sfollamenti di massa seguiti da nuovi bombardamenti
– infrastrutture civili annientate.
Intere famiglie cancellate.
Alberi genealogici spezzati.
Case trasformate in fosse.
E mentre tutto questo accade, il dibattito politico europeo non ruotava attorno a 72.061 morti.
Ruotava attorno alle parole di Francesca Albanese.
Non sulla distruzione di Gaza.
Sulle frasi di chi la denuncia.
Non sull’assedio che affama 2 milioni di persone.
Sul linguaggio usato per descriverlo.
Non sulle macerie.
Su chi le racconta.
Questo è il rovesciamento morale:
quando la morte di massa dei civili diventa sfondo,
e le parole diventano scandalo.
Le parole non uccidono 72.061 persone (o 75000).
Le parole non feriscono 171.715 corpi.
Le parole non devastano il 13% di una popolazione.
Eppure, dalle nostre parti,
si processano le parole
e si assolvono i numeri.
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