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14 febbraio 2026
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Gaza: bilancio di morte supera ogni altro conflitto contemporaneo
di Emma Buonvino

La guerra nella Striscia di Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è una delle più devastanti e mortali per civili e lavoratori protetti dal diritto internazionale — in particolare medici, operatori sanitari e giornalisti.

Ecco i numeri più significativi:

Operatori sanitari uccisi

Secondo i dati raccolti fino all’estate 2025, circa 1.590 1.722 tra medici, infermieri e personale sanitario sono stati uccisi nel conflitto. Questi numeri includono medici nei reparti, emergenze, ambulanze e strutture di cura.

In media, secondo alcune cronache, due operatori sanitari venivano uccisi ogni giorno durante le fasi più intense dei combattimenti.

The Siasat Daily

Giornalisti e operatori dei media uccisi

Le stime internazionali sulla mortalità dei giornalisti nella guerra di Gaza mostrano una tragedia senza precedenti:

Almeno 225-252 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi dall’inizio del conflitto nel 2023 fino al 2025, secondo dati aggregati di fonti analitiche e di cronaca.

In altri rapporti internazionali e delle Nazioni Unite, si parla di oltre 230–247 giornalisti morti, con alcune liste aggiornate che arrivano fino a circa 247 vittime.

The United Nations Office at Geneva

Per dare un termine di confronto: in grandi guerre del passato, come la guerra del Vietnam o i conflitti europei del XX secolo, in media ci furono decine di giornalisti uccisi in anni di guerra, non centinaia in meno di due anni come a Gaza.

The Siasat Daily

Perché questi numeri sono così straordinari?

Secondo varie organizzazioni internazionali per i diritti umani e per il giornalismo, la Striscia di Gaza è diventata uno dei luoghi più pericolosi al mondo per lavorare come medico o come reporter. Le strutture sanitarie e i mezzi di informazione, pur essendo protetti dal diritto internazionale umanitario, sono stati colpiti ripetutamente da attacchi.

The Siasat Daily

In sintesi:

1.600 medici e operatori sanitari uccisi una perdita enorme per un sistema sanitario già fragile.

230-250 giornalisti e media worker morti il livello di mortalità più alto per giornalisti in un singolo conflitto negli ultimi decenni.

The Siasat Daily

Questi numeri non sono “fatti isolati”: dietro ciascuno c’è una persona che stava lavorando per salvare vite o raccontare la verità. La comunità internazionale ha ripetutamente sottolineato che la protezione di medici e giornalisti è un elemento fondamentale del diritto di guerra.

Non è una distorsione, né un’esagerazione: viviamo un tempo in cui chi denuncia il genocidio viene messo alla gogna, mentre chi lo commette si prende un posto di comando nella governance globale.

Questa settimana Board of Peace, un organismo creato su iniziativa dell’amministrazione statunitense e presentato come “nuovo strumento per la pace”, ha ufficialmente accolto Israele come membro dopo l’accettazione del primo ministro Benjamin Netanyahu. Un fatto politico enorme, che dà allo Stato responsabile di crimini documentati un ruolo centrale nel definire il futuro di… pace e stabilità.

Per capire la portata di questo abominio: pensate all’orrore simbolico e concreto che rappresenta un potere che invita a sedersi al tavolo della “pace” il principale artefice di una guerra che ha già causato decine di migliaia di morti, tra cui migliaia di bambini. È come se chi guida chi massacra decidesse da solo su cosa significhi “ordine internazionale”, “diritto umanitario” e “giustizia”. È un paradosso mostruoso.

Newsweek

In parallelo, assistiamo a un linciaggio politico senza precedenti contro chi denuncia queste dinamiche. Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, è sotto attacco da più governi europei che chiedono le sue dimissioni dopo accuse di “parole oltraggiose contro Israele”, basate su video manipolati — accuse che lei stessa nega e che l’ONU ha dovuto difendere come infondate.

Reuters

Non è tutto: Albanese è stata sanzionata dagli Stati Uniti proprio per aver cercato di stimolare l’azione della Corte Penale Internazionale contro crimini commessi nel conflitto, una misura che molti osservatori definiscono intimidatoria e destinata a gelo legale e politico nei confronti di chi lotta contro l’impunità.

Anadolu Ajansı

E poi c’è l’altra faccia di questa barbarie: le notizie che non fanno rumore. Per esempio, in Cisgiordania sono state arrestate e detenute decine di migliaia di persone, tra cui civili innocenti, caricati come bestie e condotti in carceri dove testimonianze di tortura, violenze e condizioni disumane si moltiplicano. Questa è repressione di massa, eppure passa sotto silenzio mentre si discute di “board” e “leadership globale”. (Nota: notizie di arresti di massa sono ripetute in vari reportage, senza dubbio nella cronaca internazionale).

Questa è la logica perversa in atto: minacciare, delegittimare e isolare chi chiama le cose con il loro nome genocidio, apartheid, crimini internazionali — mentre si legittima sistematicamente chi esercita, e spesso amplia, il potere militare e politico senza responsabilità.

È un colpo allo stomaco dei principi fondanti dell’ordine internazionale, di quei limiti morali e legali che dovrebbero proteggere i bambini, i sanitari, i giornalisti, i civili. Quei confini non sono solo linee sulla carta: sono l’ultima barriera contro l’arbitrio e la violenza incontrollata. Oggi vediamo quei confini frantumarsi sotto i nostri occhi.

E mentre chi denuncia viene accusato di essere “peccato mortale”, chi tiene in pugno le sorti di milioni di persone seduto accanto ai loro carnefici, viene applaudito come “partner per la pace”. È un ribaltamento morale così profondo da apparire irreale, ma è la realtà che stiamo vivendo.

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