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Francia critica Francesca Albanese ma guardi alla propria storia
di Soumaila Diawara
La Francia che osa screditare chi denuncia i crimini: prima di attaccare Albanese, guardi la propria storia.
Il ministro degli Affari Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha recentemente chiesto la rimozione di Francesca Albanese, tentando di delegittimarla mentre si presenta come difensore dei diritti umani.
Eppure, Albanese ha semplicemente pronunciato ad alta voce, con coraggio e determinazione, ciò che numerosi rapporti e osservatori internazionali documentano da anni: le gravi violazioni commesse dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese. Una realtà che perdura da oltre 75 anni tra occupazione, discriminazioni sistemiche denunciate da organizzazioni per i diritti umani e uso sproporzionato della forza contro civili.
La sua posizione non nasce dall’odio, ma dall’applicazione del diritto internazionale e dal mandato ricevuto come relatrice speciale delle Nazioni Unite. Attaccare la persona invece di entrare nel merito delle accuse rappresenta una scelta politica che solleva interrogativi sulla coerenza di chi si proclama custode dei diritti universali.
La Francia, che ama ergersi a paladina della legalità internazionale, dovrebbe prima confrontarsi con la propria storia nel continente africano. Quando Parigi parla di diritti umani e civiltà, si presenta come maestra di democrazia, ma la storia racconta anche altro: colonizzazione, massacri, saccheggi, repressioni brutali e sostegno a dittature che hanno segnato profondamente intere generazioni.
La colonizzazione dell’Algeria, iniziata nel 1830 e formalmente conclusa nel 1962, fu tra le più violente dell’impero coloniale francese. Nei primi decenni morirono centinaia di migliaia di algerini tra repressioni militari ed espropriazioni di massa. Durante la guerra d’indipendenza (1954–1962) le stime variano da 300.000 a 1.500.000 vittime algerine. A Sétif, Guelma e Kherrata, nel 1945, la repressione francese causò tra 15.000 e 40.000 morti civili, accompagnati da torture sistematiche, sparizioni forzate e bombardamenti di villaggi.
Nel 1947, la rivolta indipendentista a Madagascar fu repressa nel sangue, con un bilancio stimato tra 30.000 e 90.000 morti. In Camerun, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, la repressione contro l’UPC provocò decine di migliaia di vittime, fino a 100.000 secondo alcune stime. Si tratta di conflitti a lungo rimossi dalla narrazione ufficiale, segnati da violenze estreme e operazioni militari occultate.
Prima del genocidio in Ruanda nel 1994, costato circa 800.000 vite in 100 giorni, la Francia sostenne politicamente e militarmente il regime di Juvénal Habyarimana. Commissioni successive hanno riconosciuto gravi responsabilità politiche francesi nel contesto precedente al massacro, una pagina che continua a pesare sulla credibilità morale della politica estera francese.
Nel periodo post-coloniale, attraverso il sistema noto come Françafrique, la Francia ha mantenuto un’influenza determinante tramite basi militari, controllo monetario con il franco CFA e sostegno a regimi autoritari alleati. Governi come quelli di Omar Bongo in Gabon, Idriss Déby in Ciad, Gnassingbé Eyadéma in Togo, Denis Sassou Nguesso in Congo Brazzaville e altri furono sostenuti o protetti in diverse fasi storiche, mentre repressioni interne e violazioni dei diritti umani provocavano migliaia di vittime nel silenzio diplomatico.
Le vittime riconducibili direttamente alle guerre e alle repressioni coloniali francesi superano ampiamente 1.000.000, senza contare le conseguenze indirette come destabilizzazioni politiche, conflitti protratti e sistemi economici strutturalmente squilibrati.
Non si tratta di alimentare odio, ma di riconoscere la verità storica. Non si possono invocare i diritti umani in modo selettivo né tentare di screditare chi denuncia crimini internazionali mentre si evitano i conti con le proprie responsabilità.
L’Africa non è un continente da civilizzare, ma un continente che ha resistito, lottato e continua a rivendicare dignità e sovranità. La storia va raccontata tutta, anche quando mette a disagio.
E prima di pronunciare il nome di Francesca Albanese con intento denigratorio, sarebbe opportuno farlo con rispetto e senso delle proporzioni, perché certi nomi rappresentano il coraggio di dire la verità.
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