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11 febbraio 2026
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Filantropi criminali
di Emma Buonvino

C’è una parola che negli Stati Uniti funziona come un battesimo laico: filantropo.

La si pronuncia e il peccato si attenua, la ricchezza smisurata diventa merito, l’accumulo si trasfigura in virtù.

Apri le pagine ufficiali dei grandi miliardari e trovi una trama fittissima di fondazioni, donazioni, consigli d’amministrazione intrecciati come scatole cinesi. Gli stessi nomi ricorrono ovunque: finanziano università, musei, think tank, campagne elettorali. Si definiscono benefattori mentre siedono nei vertici di fondi immobiliari, fondi speculativi, conglomerati tecnologici. Il potere economico e quello simbolico procedono insieme.

La filantropia, in sé, non è un male. Ma quando diventa strumento di legittimazione, quando permette a chi concentra ricchezze immense di riscrivere la propria immagine pubblica, allora smette di essere solo generosità e diventa architettura del consenso.

La storia della famiglia Kushner – come quella di molte altre dinastie economiche – racconta una traiettoria tipicamente americana: immigrazione, accumulo immobiliare, espansione finanziaria, intreccio con la politica. Racconta anche ombre giudiziarie, riabilitazioni fulminee, ritorni sulla scena pubblica grazie a relazioni potenti. In America la linea tra affari e politica è spesso sottilissima: chi finanzia può influenzare, chi influenza può decidere.

Quando queste reti economiche si intrecciano con decisioni geopolitiche – lo spostamento di un’ambasciata, il riconoscimento di annessioni contestate, il sostegno incondizionato a governi coinvolti in guerre devastanti – la distanza tra capitale e sangue si accorcia drammaticamente.

Il punto non è il cognome, né l’origine, né la fede. Il punto è il potere.

Un potere che può contribuire a plasmare la narrativa mediatica, orientare università, sostenere governi, finanziare campagne. Un potere che, mentre si presenta come benefico, può essere parte attiva di scelte che producono sofferenza reale, concreta, misurabile in vite spezzate. Ed è qui che entra il popolo palestinese.

Non come simbolo, non come pedina ideologica, ma come comunità di esseri umani che da decenni vive sotto occupazione, espropri, bombardamenti, restrizioni, traumi collettivi. La sproporzione è ciò che colpisce: da un lato reti globali di finanza, diplomazia e comunicazione; dall’altro famiglie che cercano acqua, elettricità, sicurezza per i figli. La parola “filantropo” suona diversa quando la si ascolta da una tenda a Gaza o da una casa demolita in Cisgiordania.

Criticare le élite economiche non significa scivolare in stereotipi o attribuire colpe collettive. Significa chiedere conto del rapporto tra ricchezza estrema e democrazia, tra donazione e influenza, tra potere privato e decisioni pubbliche. Significa domandarsi chi decide le priorità del mondo e chi ne paga il prezzo.

Forse la vera filantropia non è incidere il proprio nome su una facciata universitaria.

Forse è rinunciare a una parte del potere che permette di determinare il destino degli altri.

Quando pensi al “fardello” caduto sul popolo palestinese, stai parlando di questo squilibrio immenso. Non di un destino, ma di una struttura. E le strutture, a differenza dei destini, possono essere messe in discussione.

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