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La pena di morte non porta giustizia
di Emma Buonvino
La dichiarazione di civiltà rovesciata.
Quando un ministro (Itamar ben- Gvir) invoca la morte come “morale”.
Quando un ministro di un governo che si definisce “la più grande democrazia del Medio Oriente” elenca con freddezza impiccagione, sedia elettrica, iniezione letale, plotone di esecuzione, non sta parlando di giustizia.
Sta parlando il linguaggio dei regimi, non quello del diritto.
Ben-Gvir non chiede sicurezza.
Chiede vendetta istituzionalizzata.
E la chiama morale. La chiama dovere.
Questa è la deriva di Israele oggi: uno Stato che non nasconde più la propria pulsione punitiva, ma la rivendica con orgoglio, trasformando il potere in diritto di uccidere.
La pena di morte non è giustizia.
Non è deterrenza.
È fallimento.
Tutti i dati internazionali lo dimostrano da decenni:
la pena di morte non riduce il terrorismo,
non riduce la violenza,
non aumenta la sicurezza.
I Paesi che la applicano non sono più sicuri. Sono solo più brutali.
Il terrorismo nasce da occupazione, umiliazione, violenza sistemica, disperazione.
Rispondervi con l’esecuzione significa alimentarne le radici, non estirparle.
Uccidere non dissuade chi non ha più nulla da perdere.
Uccidere radicalizza, moltiplica l’odio, trasforma ogni condannato in un simbolo, ogni corpo in un grido che attraversa generazioni.
Quando lo Stato uccide, perde ogni superiorità morale.
Uno Stato che rivendica il diritto di togliere la vita:
rinuncia alla giustizia,
distrugge lo Stato di diritto,
si mette sullo stesso piano della violenza che dice di combattere.
E quando il bersaglio è un popolo già occupato, già incarcerato, già disumanizzato, la pena di morte diventa un’arma politica, non una sanzione penale.
È il passo finale:
dalla detenzione arbitraria → alla tortura → all’esecuzione.
Queste parole non sono isolate. Sono un segnale.
Sono il segno di uno Stato che:
ha smesso di fingere equilibrio,
normalizza l’eliminazione fisica,
prepara l’opinione pubblica all’irreversibile.
Quando un ministro parla così, il problema non è lui.
Il problema è chi lo lascia parlare da ministro.
Chi lo vota.
Chi lo difende.
Chi lo giustifica in nome della “sicurezza”.
La pena di morte non è giustizia.
È la confessione di uno Stato che non sa più distinguere il diritto dalla vendetta.
E quando la morte diventa politica pubblica,
non siamo più davanti a una democrazia.
Siamo davanti a una deriva autoritaria che ha smesso di vergognarsi.
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