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Ghali messo in ombra come la verità
di Alessandro Negrini *
Una volta chiesero allo scrittore Julio Cortazar chi fosse un artista. Lui rispose così: è colui che scava di pochi millimetri le mura di cinta in cui ci hanno messo, anche mentre tutti gli altri arredano la prigione, decidendo di stare immobili. È uno scalpello che sente che quel muro può iniziare a scricciolare.
Il potere teme gli artisti e gli intellettuali che sentono il loro dovere d'essere scalpelli dentro la luccicante narrazione in cui ci hanno fatto finire.
Li teme perché sanno vedere, perché sanno nominare, perché non si accontentano delle didascalie ufficiali. E allora li addomestica. Coccola quelli cortigiani — quelli che sorridono nelle foto di rito, che ringraziano sempre, che non osano mai mettersi obliqui in un potere che li vuole paralleli a loro — e isola chi invece prova a dire una parola storta, una parola vera.
Ieri sera nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi, l'artista Ghali viene inquadrato solo da lontano, mai un primo piano che lo rendesse riconoscibile. Ed il suo nome mai pronunciato. Mai una sola volta, come successo con gli artisti che lo hanno preceduto.
Perché temevano che Ghali potesse fare qualcosa di imprevisto, chissà magari tirare proprio fuori la bandiera di quello Stato condannato all'inesistenza dagli stessi rappresentanti di quel potere feroce e ipocrita, dalla Meloni a La Russa sino Mattarella, tutti accanto a Vance, che applaudivano le retoriche parole sulla Pace mentre sfilavano, nella stessa cerimonia, gli atleti dello Stato che sta compiendo un genocidio.
Perché Ghali non è “un cantante”.
Ghali è quello che ha rotto il muro del silenzio quando in Italia la parola genocidio era radioattiva. Quando pronunciarla, ed eravamo pochissimi, significava essere marchiati, espulsi dal discorso pubblico. Lui quella parola la pronunciò chiara, davanti alle telecamere di San Remo, altro spettacolo sterilizzato con l'avvento del governo Meloni.
È stata la cerimonia che, parlando di pace, praticava l’arte della rimozione.
A Ghali è stato persino impedito di portare la bandiera italiana, persino impedito di recitare la poesia di Gianni Rodari - anche - in arabo.
La cerimonia è stata un gioco di prestigio: guardate qui, non guardate là. Ascoltate quanto noi - mondo del bene - siamo buoni e quanto vogliamo la pace. A dirlo gli stessi uomini piazzati li da coloro che vendono armi a uno Stato incriminato per crimini contro l'umanità, gli stessi che stringono la mano a colui, Vance, che difende una milizia americana che spara in faccia ai suoi stessi cittadini in Minnesota.
E allora gli artisti vanno legati.
Immobilizzati. Che è la forma più vile - e più efficace - di censura.
Perché il potere, e questo che ci governa più che mai, odia gli artisti che non mentono.
Odia chi chiama le cose con il loro nome. E odia chi parla di Gaza come di una responsabilità politica precisa. Odia chi rompe la narrazione anestetizzata in cui tutto è “più complesso”, mentre i corpi dei palestinesi si accumulano.
E allora parte il Gran Teatro: l'uso degli artisti.
Ti mettiamo sul palco, ma decidiamo noi cosa puoi dire, in che lingua, fino a che punto.
Multiculturalismo da vetrina. Inclusione di cartapesta. Pace come parola buona per le cerimonie, non per la realtà.
Ed è qui il punto politico vero.
È la stessa logica che governa questi anni neri: chi comanda bombarda, chi dovrebbe parlare tace, chi dissente viene isolato. Non servono manganelli: basta togliere microfoni, inviti, spazi, lingue.
Quello andato in onda ieri sera non è la festa dell'amicizia dei popoli.
È ventennio travestito da cerimonia di pace e comunanza.
È un buco nero morale in cui vogliono farci scivolare piano piano, passo dopo passo, silenzio dopo silenzio, insegnandoci che è meglio stare zitti, che è meglio non nominare l’orrore.
E invece no.
Se oggi Ghali è visibile solo lì - piccolo nell’inquadratura, è per ricordarci che la verità oggi viene ridotta di scala, resa minuta, abbassata di volume, nascosta sul palco, indistinta in mezzo ai ballerini.
* Regista e poeta, Componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio
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