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Pechino blocca nuovi investimenti in Israele
di Leandro Leggeri
Secondo una causa depositata presso il tribunale distrettuale di Tel Aviv, il governo cinese avrebbe classificato Israele come “zona ad alto rischio” dopo l’inizio della guerra, vietando di fatto qualsiasi nuovo investimento cinese nel Paese. A rivelarlo non è una dichiarazione politica ufficiale, ma una lettera formale allegata agli atti giudiziari.
Il caso riguarda il kibbutz Hanita, nel nord di Israele, che chiede 11 milioni di dollari al fondo cinese Ballet Vision, azionista di controllo (circa l’80%) dell’azienda Hanita Lenses, produttrice di lenti intraoculari. Il kibbutz accusa il fondo di rifiutarsi di acquistare le quote residue, come previsto da un’opzione contrattuale.
Nella risposta legale, Ballet Vision afferma che Pechino ha imposto un divieto su tutti i nuovi investimenti in Israele, rendendo “operativamente impossibile” esercitare l’opzione. Israele sarebbe stato inserito in una categoria “rossa” di rischio, con conseguenze dirette sugli afflussi di capitale.
Il fondo cita anche gravi perdite operative, debiti bancari e una situazione finanziaria fragile dell’azienda, sostenendo che nuove operazioni metterebbero a rischio la sopravvivenza della società. Il kibbutz, dal canto suo, denuncia l’esclusione dalla gestione e sottolinea come i fondi siano urgentemente necessari per la sopravvivenza della comunità, duramente colpita dalla guerra e dalla vicinanza al confine libanese.
La vicenda apre uno squarcio significativo: non una sanzione annunciata, ma un blocco de facto che emerge dai documenti legali e che segnala un possibile raffreddamento strutturale dei rapporti economici tra Cina e Israele nel nuovo contesto geopolitico.
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