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Iran: chi si oppone all'attacco?
di Giacomo Gabellini
La portaerei Uss Abraham Lincoln è il suo gruppo d’attacco, comprendente cacciatorpediniere classe Arleigh Burke dotate di missili da crociera Tomahawk e sistemi di difesa aerea Aegis, hanno ormai raggiunto il Medio Oriente ricongiungendosi con la 5° Flotta statunitense sotto la supervisione del Central Command.
Si tratta della terza volta dal 2024 che un gruppo d’attacco schierato nell’Indo-Pacifico viene dirottato in Medio Oriente a causa dell’instabilità nella regione. L’obiettivo perseguito dall’amministrazione Trump sembra consistere nell’esercizio di una pressione politica e militare asfissiante sulle autorità di Teheran, che solo pochi giorni fa sono riuscite a ripristinare la stabilità interna minata da una forte ondata di contestazione sorta prevalentemente per ragioni economiche, ma rapidamente infiltrata e sostenuta dall’estero.
Senonché, la capacità di resistenza sfoggiata dall’apparato istituzionale iraniano ha vanificato questi sforzi concertati e rivolti al cambio di regime.
Per, Ali Alfoneh dell’Arab Gulf States Institute di Washington, la destabilizzazione dell’Iran e lo schieramento della cosiddetta “armada” statunitense nelle acque del Golfo Persico andrebbero ricondotti a una “trattativa armata” che nelle ambizioni del governo statunitense dovrebbe condurre a un «accordo in stile venezuelano».
Il riferimento è diretto al recente rapimento del presidente Maduro, realizzato dagli agenti della Delta Force al culmine di una presunta intesa sottobanco siglata tra l’amministrazione Trump ed elementi di spicco dell’apparato di governo bolivariano.
Per Alfoneh, «la leadership collettiva dell’Iran potrebbe emarginare o rimuovere Khamenei, aprire negoziati con Trump, invitare le compagnie petrolifere statunitensi nel Paese, e assicurarsi un alleggerimento delle sanzioni sufficiente a stabilizzare l’economia».
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