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Iran, dilemma di Trump: colpire o perdere la faccia?
di Leandro Leggeri
Secondo un’analisi pubblicata da The National Interest, il presidente statunitense Donald Trump si trova davanti a una scelta cruciale e ad alto rischio: lanciare un attacco contro l’Iran oppure rinunciare, pagando un prezzo politico e strategico elevato.
Dopo settimane di proteste interne in Iran e una repressione sanguinosa, Trump ha alternato segnali di apertura diplomatica a minacce esplicite, parlando di una “armada” navale statunitense diretta verso la regione. Una strategia di ambiguità calcolata che, secondo l’autore, mira a mantenere pressione su Teheran senza impegnarsi subito in un conflitto aperto.
Tuttavia, entrambe le opzioni comportano conseguenze potenzialmente gravi.
Un attacco diretto degli Stati Uniti rischierebbe di innescare una guerra regionale difficile da contenere, con risposte iraniane che potrebbero includere missili, droni, attacchi tramite alleati regionali e minacce alla sicurezza energetica nello Stretto di Hormuz.
Inoltre, un collasso del regime iraniano potrebbe aprire uno scenario di caos interno, con frammentazione del paese, crisi umanitarie e instabilità diffusa.
Dall’altro lato, la mancata azione militare rischierebbe di minare la credibilità degli Stati Uniti e dello stesso Trump, soprattutto agli occhi di una parte dell’opposizione iraniana che ha interpretato le sue dichiarazioni come una promessa di intervento. L’inazione rafforzerebbe anche la narrativa di Teheran secondo cui Washington usa e abbandona i propri interlocutori.
L’analisi conclude che Washington dispone di alternative – attacchi limitati, pressioni mirate, negoziati sotto minaccia credibile – ma tutte richiedono un elemento fondamentale spesso trascurato: un piano credibile per il “giorno dopo”. Senza di esso, qualunque scelta rischia di aggravare ulteriormente la crisi, per l’Iran e per l’intero Vicino Oriente.
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