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02 febbraio 2026
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Vibonese: il lavoro nero diventa la regola
di Raffaele Florio

Nel Vibonese si consuma ogni giorno un crimine silenzioso che insudicia il nome delle imprese, umilia il diritto e vendica l’illegalità: il lavoro nero.

Non è più possibile girarsi dall’altra parte davanti allo spettacolo indegno di uomini e donne costretti a lavorare come schiavi moderni, senza contratto, senza tutele, spesso senza neanche una tutela minima per la salute e la sicurezza sul lavoro.

La cronaca della nostra provincia ormai è un bollettino di guerra: controlli dei Carabinieri e dell’Ispettorato del Lavoro che finiscono con denunce, sospensioni di attività e sanzioni amministrative nonostante il fenomeno sia persistente e diffuso come un cancro.

Gli ultimi controlli parlano chiaro: otto persone denunciate, sette aziende irregolari su otto, quattro lavoratori in nero e attività sospese per le violazioni più banali, striscianti e odiose di ogni regola elementare di civiltà.

È la stessa storia già documentata nei mesi passati: cantieri edili dove il nero è la regola, ristoranti e strutture turistiche che sfruttano manodopera e intere attività dove si lavora senza alcun diritto.

È giunto il momento di chiamare le cose con il loro nome: questo non è lavoro, è sfruttamento. È truffa ai danni dello Stato e dei cittadini onesti, è concorrenza sleale verso chi paga regolarmente le tasse, è una rapina ai danni di chi ogni mattina si alza per costruire con le proprie mani il futuro di questa terra.

E mentre i promotori dell’illegalità si arricchiscono, chi lavora in nero muore dentro, privo di qualsiasi sicurezza, privo di qualsiasi protezione sociale, privo di un domani.

Le sanzioni da sole non bastano più. Non bastano le ammende, non basta sospendere i cantieri, non sono sufficienti le denunce sciorinate come trofei delle forze dell’ordine.

Serve uno scatto etico, culturale e istituzionale che vada oltre la retorica delle “buone intenzioni”: politiche attive contro il sommerso, potenziamento delle ispezioni, pene realmente deterrenti ed educazione alla legalità fin dalla scuola. Occorre che la comunità si ribelli a questo Stato di cose, che non tollera chi lucra sul dolore e sogni infranti di chi cerca un lavoro onesto.

Gli imprenditori che sfruttano il lavoro nero non sono eroi del pragmatismo né astuti censiti del libero mercato: sono criminali del lavoro, parassiti che succhiano risorse pubbliche, frantumano diritti e avvelenano il tessuto sociale.

È ora di finirla con le cerimonie dell’indifferenza. Chi pensa di poter derubare il fisco, calpestare la dignità umana e poi riposare sonni tranquilli merita la più ferma condanna pubblica e giudiziaria. Questo è il Vibonese che vogliamo: legale, giusto, degno — non un mercato nero di servitù moderna.

Ps: chi scrive non parla per sentito dire. Parla per memoria diretta. Perché il lavoro nero non è un concetto astratto né una statistica da convegno: è il ricatto gentile di chi ti dice che dovresti pure ringraziare.


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