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Prima di essere fucilato
di
Rinaldo Battaglia *
Tra i corpi militari che, con più dignità hanno portato in alto il nostro paese e la bandiera italiana, quello degli Alpini di certo primeggia.
Ne sono convinto e non solo perché sono veneto ed il Veneto è terra di Alpini, ma perché ogni montagna, ogni piazza, ogni paese qui in Veneto ricorda la dignità degli Alpini e il loro ‘sacrificio’. Ma non tutti gli Alpini sono stati uguali, non tutti hanno lottato, combattuto e sono morti per lo stesso ideale anche se dal 27 maggio 2001 sono tutti stati parificati e purificati, come nulla fosse stato, come se avessero sempre combattuto tutti dalla stessa parte.
Mi riferiscono agli alpini della 4° Divisione Alpina Monterosa che, in particolare quando al comando vi era il generale fascista Mario Carloni (fino a fine febbraio 1945), si distinse tra i militi della Repubblica Sociale Italiana, dopo l’8 settembre 1943, uccidendo, massacrando, rastrellando per conto del Duce e di Hitler. Anche in termini di Shoah.
Erano Alpini, quindi?
Rispecchiavano fedelmente i canoni e i principi dell’esser Alpini?
Non sta a me dare risposte, visto che la ‘parificazione’ ossia la ‘purificazione’ è datata da ben 24 anni. Ma forse conoscere alcuni fatti giova a tutti.
Il 1° febbraio 1945 gli alpini della Divisione Alpina Monterosa, nei pressi di Cogna, uccisero, tra gli altri, un brav’uomo, di quasi 50 anni, da tutti conosciuto nella Garfagnana col nome di ‘Baionetta’. Di nome faceva Adriano Tardelli, viveva con la famiglia (moglie e ben 9 figli) nelle Alpi Apuane ed era un ‘uomo’. Gli Alpini della Monterosa erano ‘soldati’, il Baionetta invece solo un ‘uomo’. Non facciamoci fregare: sono due cose diverse. Spesso si abbinano, talvolta si sostituiscono e diventano alternative. Ma non vuol dire che presentano il medesimo valore.
Il Baionetta amava poco o nulla, sin dalla marcia su Roma, i figli del Duce - ricambiato - e dopo l’8 settembre da vecchio antifascista divenne membro della Resistenza, pur 'senza armi in pugno'. Ma lo faceva a modo suo. Quasi ogni sera, soprattutto dall’estate ’44, dopo aver cenato coi figli e con la moglie messo a letto i più piccoli, usciva di casa nel buio coi più grandi. E ”nell'oscurità più totale per eludere le postazioni di controllo tedesche o della Repubblica Sociale Italiana” in cordata oltrepassava la Linea Gotica. Essenzialmente tramite quello che, in zona, viene ancora oggi chiamato il "Passo di Scala", che “aggirava l'estrema punta meridionale delle Coste del Giovo” (prendo a prestito parole dello storico Raffaello Raffaelli nella sua “Descrizione geografica storica economica della Garfagnana”).
Ma i figli non gli servivano per pura compagnia, ma bensì per meglio gestire il gruppo di ’turisti’ che tutte le sere si faceva trovare sui luoghi stabiliti: ebrei, slavi, rom, oppositori politici, omosessuali. Tutte persone diverse ma con un denominatore comune: erano tutte cercate dai fascisti, anche dagli alpini della Monterosa, e dai nazisti. Il Baionetta era la loro via d’uscita, “l’ultimo bengala lanciato nel cielo”, direbbe un cantautore di questi anni. L’alternativa poteva essere una tomba in loco o un viaggio verso Auschwitz.
Il percorso verso sud era molto critico e rischioso, anche senza tener conto dei nazifascisti. Raffaello Raffaelli lo spiegò bene nelle sue analisi storiche:
“Per accedere alle Capanne, convien transitare lo spaventevole passo detto Balzo di Scala, per un sentiero, largo appena un metro, scavato nel vivo sasso che sopra la testa del passeggero sembra innalzarsi verso le nubi; ed al disotto fa inorridire lo sguardo, se rimira il dirupato e profondissimo burrone, che mette a piombo nella Turrite. Questa viuzza così spaventevole prolungasi per circa 100 metri; e dopo un chilometro raggiunge il villaggio che in antico era abitato soltanto da pastori, per cui prese il nome di Capanne.”
Non solo: nei numerosissimi e mai contati ‘attraversamenti del fronte’ qualcuno ha sempre sostenuto (vedasi Oscar Guidi in “ Garfagnana, 1943/1945” - cit., p.172) che il Baionetta anche “portasse informazioni per conto del Comando della Lunense" .
I viaggi erano sempre più frequenti perché i ‘turisti’ sempre più abbondanti. Per quanto bravo e veloce fosse, poteva durare in eterno? Malgrado le sue precauzioni: ogni volta che aveva portato in salvo in territorio alleato i ‘turisti’, il Baionetta ritornava coi figli a casa, facendo il percorso in senso opposto, prima dell’alba per esser pronto subito al lavoro e non destare sospetti di sorta.
Le cose peggiorarono fortemente nel gennaio ’45, quando l’oroscopo per i nazisti e i fascisti della RSI prevedeva, in modo oramai chiaro, la loro sconfitta. E con questa il fallimento dei loro ideali. Almeno per molti, almeno per chi fanaticamente non godeva di alti ruoli e alti poteri. E molti tra i giovani repubblichini pensarono di tagliare la corda e passare dall’altra riva del fiume.
Quello delle diserzioni nelle fila della RSI sarà un problema immenso e sempre ben nascosto all’opinione pubblica.
Si pensi che il 12 marzo 2016 il Giornale – ‘media’ non sempre ‘ostico’ per gli uomini di Salò – in un articolo, intitolato “Devo irrigare i campi. Così si disertava nella RSI”, parlava di almeno 54 mila casi di disertori nei 600 giorni di Salò, di cui un terzo poi giudicati dal tribunale militare speciale di Brescia ai tempi del Duce. 54 mila casi, non pochi.
Così anche tra gli alpini della Monterosa nel fine gennaio 1945. In particolare quelli di leva originari della zona e in quel momento acquartierati nei pressi di Piazza al Serchio. Alcuni gruppi, talvolta senza che altri lo sapessero, iniziarono contatti con i partigiani lì operativi al fine di “inscenare uno scontro a fuoco ed una cattura, per coprire la propria diserzione”. Ma le cose non andarono come forse previsto e/o concordato. Nel tardo pomeriggio del freddo 28 gennaio alcuni partigiani si appostarono per tendere un agguato sulla strada che conduceva direttamente al comando locale della ‘Monterosa’ (a Sant’Anastasio di Piazza al Serchio), ma ad arrivare per primi non furono i giovani soldati intenzionati a disertare. Anzi. Ne nacque un furioso scontro a fuoco che colse tutti impreparati, con la morte di uno degli alpini (Giuseppe Grigoli, di 19 anni) ed al ferimento del loro capitano Gervasini.
Il Generale Mario Carloni, grande fascistone, avendo bene capito i contorni dell’operazione – probabilmente non la prima e nemmeno l’ultima – dette immediato ordine di una rappresaglia che insegnasse ai partigiani chi fossero quelli della Monterosa e a quelli della Monterosa che non esistessero vie di fuga. Del resto era facile sentir dire tra i fascisti ‘Col Duce fino alla morte’ e non era una citazione ma un obbligo per tutti loro.
Il Generale Carloni fece così prelevare dal vicino carcere di Camporgiano 6 antifascisti. Era tutti detenuti per motivi politici senza prove di aver partecipato ad azione partigiane con le armi in pungo. Ma serviva? Tra ai 6 vi era anche il Baionetta preso mentre faceva la guida a civili che volevano andare al di là, dove i fascisti e i nazisti erano stati cacciati. A fucilarli il 1° febbraio sarà un plotone di esecuzione degli alpini della “Monterosa”, nell’esatto luogo in cui era morto “il loro camerata Giuseppe Grigoli”.
Lo storico Oscar Guidi riporta che il «"Baionetta" [...] fu catturato nella propria abitazione dopo essere rimasto ferito in seguito all'esplosione di una mina nei pressi della Foce di Mosceta, durante una delle sue "missioni". Sembra che nel primo periodo della sua prigionia, quando fu detenuto a Isola Santa, egli abbia avuto la possibilità di fuggire, ma abbia rinunciato per evitare guai alla propria numerosa famiglia». (Oscar Guidi, Garfagnana, cit., p. 172 e nota 229).
Si racconta che don Bruno Nobili Spinetti , il parroco del luogo, chiamato dagli Alpini di Carloni per assistere e confessare i condannati, abbia sentito il Baionetta confortare i compagni prima della fucilazione, dicendo loro: «fanno bene a fucilarci: noi amiamo la libertà». Aggiungendo anche: «io perdono».
In paese si disse anche che, poco prima di essere fucilato, “si sia tolto le scarpe chiedendo che venissero donate a chi ne aveva bisogno”.
Prima di essere fucilato volle donare le sue scarpe agli altri. Piccolo dettaglio di un grande uomo. Piccolo dettaglio di chi aveva sacrificato al sua vita per gli altri.
Era il 1° febbraio 1945.
Sono passati oltre 80 anni e personalmente ho messo un secondo per capire chi fosse e perché rischiasse la vita Adriano Tardelli, detto ‘il Baionetta’ e ha conquistato il mio massimo rispetto.
Ho i capelli bianchi, oltreché pochi, ma non posso dire altrettanto degli Alpini della Monterosa e se hanno rispettato, ai tempi della RSI, i caratteri e/o i requisiti minimali del Corpo degli Alpini. Anche quando rastrellavano gli ebrei nel Veneto o in Emilia, dopo la “Wintergewitter” di fine 1943. Non l’ho capito forse perché non amo fermarmi solo alle divise e alle bandiere. Ma questo nulla toglie al valore eroico degli Alpini: anche lì ci sono state ‘pecore nere’ solo che è comodo per tutti dimenticarlo. Anche per gli Alpini.
Anche se nelle manifestazioni e le adunate degli Alpini tuttora sono presenti anche i fans della Monterosa.
1 febbraio 2026 – 81 anni dopo
Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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