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Vittime della legge marziale
di Roberto Neri
Quanti di noi soldati di leva, nati fino al 1975, sapevano di rischiare una condanna a morte per reati commessi durante il servizio militare? Era una norma forse inapplicata negli ultimi decenni, ma che esisteva eccome! Lo prevedeva il Codice penale militare di guerra, che vigeva in caso di conflitto con altri Stati e di missioni armate all’estero, e pure in tempo di pace in determinati frangenti.
Tale abominio, cancellato nel 1994, veniva da molto lontano, da quando cioè lo Stato sabaudo nel 1840 aveva adottato un suo Codice militare che prevedeva anche la pena capitale. La regola era rimasta invariata -anzi peggiorata, come vedremo- durante il regno d’Italia e l’attuale Repubblica.
Le sentenze venivano emesse dai tribunali militari rispettando i diritti elementari degli accusati. Per casi gravi si potevano istituire tribunali straordinari che non garantivano quei diritti. Per i casi gravissimi l’Italia unita nel 1870 stabilì che non occorreva né tribunale né processo, consentendo ai superiori di uccidere, anche seduta stante, i sottoposti rei di azioni e comportamenti lesivi per l’intero reparto; si trattava di esecuzioni sommarie prive di uno straccio di verbale.
La modifica dava agli ufficiali un potere discrezionale assoluto sulla truppa, un autentico potere di vita o di morte, in sostanza. Certo, l’esecuzione immediata di un subalterno, o la condanna alla fucilazione al petto o alla schiena, erano un evento estremo. Ma possibile.
Pure altre pene, detentive o punitive in genere, anche corporali e pubbliche come le fustigazioni, ma sempre decise dagli ufficiali, venivano previste dal Codice militare riformato dall’Italia sabauda. La rigida disciplina imposta ai soldati si avvaleva di tali “salutari esempi” perché atti a reprimere violenze interne ai reparti, autolesionismi, diserzioni, fughe e rivolte.
La stessa riforma del 1870 attribuiva al Comando supremo un ulteriore potere assoluto, quello di emanare nelle aree ritenute “zone di guerra” delle circolari aventi forza di legge. Luigi Cadorna (1850-1928), capo delle forze armate italiane durante i primi tre anni della Grande Guerra, si avvalse di quell’articolo del Codice per diramare decine di severe circolari secondo il principio: “si prevenga con oculatezza e si reprima con inflessibile vigore”.
Centodieci anni fa infatti, nel gennaio 1916, si iniziava ad applicare la circolare 3525 emanata un mese prima da Cadorna; l’ordine del discusso comandante era di “passare per le armi immediatamente, in casi di indisciplina individuale o collettiva, i nostri soldati vigliacchi o recalcitranti”. Quindi l’uccisione di un loro sottoposto non era più una facoltà delegata agli ufficiali, ma un loro preciso dovere.
Non è finita. Cadorna con due successive circolari faceva di peggio. Riesumando un terrificante uso delle legioni dell’antica Roma, istituiva la decimazione e l’estrazione a sorte per eseguire sentenze di morte. In palese contrasto col principio della responsabilità personale, il supremo capo militare ovviava in questo modo per i casi di difficile accertamento degli autori di gravi reati.
Di solito l’esecuzione, sia essa dovuta a un procedimento “garantista”, sia decisa in modo arbitrario, era affidata ai carabinieri, ma ci furono varie fucilazioni ordinate ai commilitoni dei condannati stessi. Dramma nel dramma, dunque, da non raccontare a nessuno, per quei soldati scelti quali uccisori dei propri compagni.
Quattromila furono le fucilazioni decise a carico di altrettanti soldati italiani della Grande Guerra; di 725 restò traccia, ovvero vennero eseguite con certezza. Gli assassinati in seguito a sorteggi o decimazione furono almeno trecento, ma come detto la documentazione è molto lacunosa, o reticente.
Ben 210mila fu il numero totale delle condanne emesse nel periodo dai tribunali militari, a riprova del rigore eccessivo usato contro i soldati obbligati a combattere.
Nel 1919 veniva avviata un’inchiesta dal Comando supremo per indagare sulla disfatta di Caporetto e sulle sue conseguenze. L'indagine voleva pure sapere quanti nostri concittadini nei mesi seguenti vennero uccisi, e perché, in base al Codice militare. I risultati finirono persi in un armadio.
Nello stesso anno l’onorevole socialista Filippo Turati, capo del partito che aveva ottenuto la maggioranza relativa alle prime elezioni politiche del dopoguerra, chiedeva la riabilitazione per tutte le vittime del Codice militare, anche per i giustiziati senza processo. La proposta veniva però ridicolizzata in aula dalla destra, e il governo la respingeva.
Soltanto negli anni Sessanta dagli archivi della Difesa iniziavano ad uscire alcuni documenti sulla vasta violazione del diritto avvenuta al tempo di Cadorna, che poteva così essere almeno oggetto di studio.
Sergio Mattarella, presidente della nostra Repubblica, nel 2015 commemorando i cento anni della forzata decisione italiana di entrare in guerra, sottolineava l’amaro caso delle fucilazioni arbitrarie “da non lasciare nell’ombra”. La Camera dei deputati proponeva così una legge per abolire le sentenze ingiuste e riabilitare le vittime, ma il Senato, accogliendo le lagnanze dei vertici militari, la bloccava.
Infine nel 2018 una sessantina di parlamentari tornavano a chiedere la cancellazione di molte decine di migliaia di sentenze emesse, in assenza di diritto, dai giudici militari durante la prima guerra mondiale, e di conseguenza la riabilitazione dei condannati. Anche la loro proposta decadeva con la fine della legislatura, nel 2022.
Di recente un politico della Repubblica italiana, parlando di leggi internazionali, ha detto che “il diritto conta fino un certo punto”. L’uomo in questione, un ministro, credo non si sia reso conto che, oltre all’aberrazione della frase in sé, stava riaprendo ferite mai curate della nostra Storia contemporanea. Inclusa quella ereditata dalla controversa prima guerra mondiale.
(L foto di una fucilazione sul fronte italiano della prima guerra mondiale correda l’articolo di Vinicio Ceccarini sul numero 154 di Patria Indipendente, pubblicato il 28 ottobre 2025, “Quando l’Italia entrò nella Grande Guerra, dal “colpo di Stato” alla decimazione, per finire con la marcia su Roma”, che è anche la fonte principale di questo testo assieme al saggio breve di Salvatore Pugliese “La Grande Guerra: morire per mano amica” nel numero 30 di Patria Indipendente del 21 marzo 2017)
 
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