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Sanità: il gioco delle tre carte
di Elisa Fontana
E’ stata depositata in Parlamento, dopo la registrazione della corte dei Conti, la Relazione sul Servizio Sanitario Nazionale e c’è un aspetto, fra gli altri, che è davvero inquietante sia per i conti dello Stato che per la qualità e l’efficacia della sanità pubblica.
Stiamo parlando dei consumi intermedi (e adesso vedremo cosa sono), la cui spesa nel triennio 2022-2024 è aumentata del 7,5%, mentre nello stesso periodo la spesa sanitaria, cioè i soldi messi dal governo Meloni, è aumentata di un misero 1%.
I consumi intermedi sono un capitolo di spesa dove dovrebbero entrare farmaci, dispositivi e servizi utili al SSN e, invece, è diventato un capitolo di spesa dove entra ormai stabilmente la spesa per il personale non assunto direttamente: le cooperative che forniscono gli infermieri che poi lavorano regolarmente nei reparti e i medici gettonisti.
Il ministro Schillaci aveva assicurato che queste figure sarebbero uscite al più presto dagli ospedali, ma pare che questo governo oltre alle vuote rassicurazioni non vada.
E, dunque, assistiamo inerti alla fuga di medici e infermieri dagli ospedali, dove sono sfruttati al massimo e malpagati, per poi vederli ripresentare tramite cooperative o come gettonisti. Dunque un fenomeno ormai strutturale il cui costo, però non finisce dove dovrebbe, cioè nelle spese per il personale, ma le ore di lavoro diventano “servizi acquistati” e finiscono nel capitolo dei beni intermedi, fenomeno su cui la Corte dei Conti ha suonato l’allarme perché fa mancare la trasparenza contabile del bilancio.
Il gioco delle tre carte, insomma: assumiamo, ma spostiamo le spese per il personale in capitoli di bilancio del tutto diversi, in mezzo all’acquisto di pomate e sedie a rotelle.
Ma l’allarme della Corte dei Conti va oltre, perché sottolinea non solo come il costo di un medico a gettone possa essere anche il doppio o il triplo di un medico dipendente, ma può portare ad un fallimento dell’assistenza, proprio per la non continuità del servizio: procedure e protocolli imparati al volo, passaggi di consegne compressi o saltati, insomma criticità gravi che già si sono avverate anche in ospedali blasonati come il San Raffaele.
Dunque la Corte dei Conti vede due rischi in questo meccanismo perverso, da una parte l’aumento dei costi, a volte oltre quelli che avremmo assumendo regolarmente, e dall’altra le possibili criticità su qualità e continuità dell’assistenza, senza parlare della opacità contabile del mettere spese per il personale su capitoli che non c’entrano niente e che, in tal modo impediscono di avere una visione chiara del fenomeno e più difficoltoso controllare. Il gioco delle tre carte, insomma.
La Corte ricorda anche che, nonostante le rassicurazioni, il problema non solo non è stato risolto, ma la spesa nel famigerato capitolo sale, segno che continua l’emergenza e che nulla si è fatto per risolverla, spendendo più soldi e peggiorando la qualità del servizio.
Dimenticavo, ove mai vi fosse sfuggito, lo sfascio della sanità avviene sulla nostra salute e lo sperpero di cui parla la Corte dei Conti viene fatto con i nostri soldi. Capite perché ne dobbiamo limitarne poteri e funzioni? Mentre medici e infermieri escono dalla porta degli ospedali per rientrarvi dalla finestra pagati il doppio o il triplo, in attesa che anche quei pochi che ancora resistono rinuncino e si adeguino.
Forse era questo che intendeva Schillaci quando assicurava che avrebbe risolto il problema, perché è solo questione di prospettiva nell’affrontare i problemi e la prospettiva di questo governo sono i decreti sicurezza, non certamente la sanità pubblica.
 
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