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31 gennaio 2026
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Mele marce
di Raffaele Florio

C’è sempre una formula che funziona, in Italia: “mele marce”. È il detersivo linguistico con cui si lavano via interi sistemi. Basta una spruzzata e il problema diventa individuale, isolato, casuale.

Stavolta la mela marcia sarebbe un poliziotto, arrestato per corruzione. Uno solo, dicono. Un caso. Una deviazione. Peccato che le deviazioni, a forza di ripetersi, finiscano per disegnare una strada.

Secondo l’accusa, il poliziotto avrebbe trasformato il controllo in contrattazione, la divisa in tariffario, la legge in un optional. Naturalmente — e giustamente — vale la presunzione di innocenza.

Ma vale anche un altro principio, molto meno frequentato: quello della credibilità delle istituzioni. E quella non si tutela con i comunicati di circostanza né con le pacche sulle spalle ai “servitori dello Stato”. Si tutela prevenendo, vigilando, controllando. Cose noiose, faticose, e soprattutto poco spendibili in conferenza stampa.

Il punto non è il singolo arresto. Il punto è il silenzio che lo circonda. Nessuna indignazione strutturale, nessun dibattito serio sui controlli interni, nessuna domanda scomoda. Solo il solito riflesso pavloviano: non generalizzare. Che poi è l’altra faccia di non approfondire.

In questo Paese si generalizza sempre e solo quando conviene: sui giovani, sui poveri, sui disoccupati, sui manifestanti. Quando invece la divisa è blu, la toga è nera o la scrivania è ministeriale, scatta il pudore istituzionale. Come se la legalità fosse un privilegio di casta e non un obbligo universale.

E allora si aspetta. Si aspetta che passi il ciclo delle notizie, che arrivi il prossimo scandalo, che la mela venga archiviata come eccezione. Intanto il sistema resta intatto, impermeabile, autoreferenziale. E ogni tanto, guarda caso, spunta un’altra mela. Forse il problema non è l’albero che produce frutti cattivi.

Forse è il fruttivendolo che non controlla mai la cassetta. E continua a dire che va tutto bene.


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