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Dal palco MAGA alle lacrime: la parabola amara di Janet Correa
di Soumaila Diawara
Janet Correa, la cantante cubana che fino a pochi mesi fa cantava a squarciagola “Vote Trump!” tra gli applausi di un raduno MAGA, oggi non canta più. O, meglio, canta ancora: ma di dolore.
La stessa voce che celebrava l’uomo del muro e dei “bad hombres” ora trema davanti agli agenti dell’ICE, che a Miami hanno arrestato suo marito. Proprio quell’ICE: il braccio operativo delle politiche migratorie che lei aveva sostenuto con entusiasmo.
Secondo i legali, l’uomo è già finito nella procedura di “espulsione accelerata”, il linguaggio gentile della burocrazia per dire che non c’è tempo, né appelli: si torna indietro, subito.
Ironia? Piuttosto una storia amaramente prevedibile. È come difendere il piromane e poi disperarsi quando le fiamme arrivano al proprio tetto.
Oggi Janet piange. Ma le lacrime non fermano le deportazioni, non inteneriscono l’ICE e non cambiano una verità semplice: chi applaudiva le politiche anti-immigrati era lei stessa.
Forse è il caso di cambiare repertorio.
Da “Vote Trump!” a “Attenzione: certe canzoni presentano il conto.”
 
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