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Iran: cautela sui numeri delle vittime delle proteste
di Leandro Leggeri
Le cifre che circolano sulle vittime delle recenti proteste in Iran – decine di migliaia di morti in pochi giorni – stanno diventando uno strumento politico più che un dato verificato. È la tesi dell’analisi pubblicata da Middle East Eye a firma della giornalista Hala Jaber, che invita a una forte cautela di fronte a numeri diffusi senza contesto né conferme indipendenti.
Secondo l’autrice, statistiche come “40.000 morti” o “50.000 uccisi dall’inizio di gennaio” non sono neutre: vengono rilanciate da titoli sensazionalistici, amplificate da politici e media e finiscono per creare un clima emotivo che può essere utilizzato per giustificare escalation militari e interventi esterni. Un meccanismo già visto in passato, dalle false storie dei neonati kuwaitiani durante la Guerra del Golfo alle armi di distruzione di massa in Iraq, fino a notizie non verificate circolate dopo il 7 ottobre 2023.
Jaber sottolinea che la disinformazione non ha bisogno di sofisticazione: bastano emozione, ripetizione e l’impossibilità temporanea di verificare. Una volta che l’indignazione pubblica è stata accesa, la verifica arriva troppo tardi, quando le decisioni di guerra sono già state prese.
Le stime più alte sulle vittime iraniane provengono principalmente da organizzazioni di advocacy con sede all’estero, come il Center for Human Rights in Iran, Iran International o gruppi simili, che svolgono un ruolo importante nel denunciare abusi ma non possono essere considerate fonti di verifica forense indipendente. Alcuni dati più prudenti parlano invece di poco più di 6.000 morti confermati, con molti casi ancora sotto indagine.
L’articolo respinge anche il paragone con Gaza. Secondo Jaber, si tratta di una falsa equivalenza: Gaza è uno dei conflitti più documentati della storia recente, con accesso – seppur limitato – a giornalisti, medici, immagini satellitari, registri ospedalieri e verifiche incrociate da parte di organismi internazionali. In Iran, al contrario, il blackout di internet, l’assenza di media internazionali e di osservatori sul campo rendono impossibile confermare cifre straordinarie.
Lo scetticismo, chiarisce l’autrice, non equivale a negare la repressione o la sofferenza del popolo iraniano. Al contrario, significa rifiutare che il dolore venga strumentalizzato per costruire pretesti di guerra o di cambio di regime. “La solidarietà reale – conclude Jaber – richiede prove, non indignazione a comando”.
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