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29 gennaio 2026
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Sicilia nel ciclone: i politici veri colpevoli
di Raffaele Florio

Sulla frana di Niscemi vado controcorrente, ma con una precisazione necessaria.

In queste ore si sta affermando una lettura pericolosa e ipocrita: quella che, tra le righe, finisce per colpevolizzare i cittadini. “Non si doveva costruire lì”, “era noto da secoli”, “si sapeva”. Il Corriere della sera scrive che si sa da 230 anni.

Tutto vero. Ma la domanda vera è un’altra: chi doveva impedire che si costruisse? Di certo non i singoli cittadini.

Non le famiglie che cercavano una casa. Non chi ha comprato, spesso in buona fede, immobili autorizzati, allacciati, tassati, talvolta persino condonati dallo Stato.

La responsabilità è politica, amministrativa, istituzionale.

Niscemi, come Agrigento nel 1966, come Giampilieri, come Sciacca, non è il frutto di scelte individuali isolate, ma di decenni di permissivismo pubblico, di piani regolatori piegati, di controlli inesistenti, di sanatorie trasformate in metodo di governo del territorio.

Giorgia Meloni è volata a Niscemi per portare solidarietà ai colpiti. Un gesto umano, ma che rischia di restare simbolico se non si accompagna a una verità scomoda: lo Stato, a tutti i livelli, sapeva e non ha agito. Gesto umano ma anche terribilmente già visto.

Nel luglio del 1966 Giuseppe Saragat e Aldo Moro fecero lo stesso ad Agrigento, dopo la frana che distrusse interi quartieri della città, lasciando ottomila persone senza casa. Anche allora era noto – da secoli – che su quei versanti non si doveva costruire.

Tra Agrigento e Niscemi sono passati quasi sessant’anni.

La domanda è brutale, ma necessaria: che cosa abbiamo imparato? La risposta, altrettanto brutale: nulla.

Sessant’anni in cui governi nazionali, regionali e amministrazioni locali hanno continuato a scaricare le conseguenze delle proprie omissioni sui cittadini. Prima permettendo di costruire, poi accusando chi ci ha vissuto.

Nel frattempo i centri storici venivano abbandonati, mentre il cemento armato avanzava ovunque: spesso brutto, spesso fuori scala, spesso in aree fragili. Prima l’abuso tollerato, poi la sanatoria promessa, infine l’emergenza.

Questa non è incuria popolare. È fallimento politico.

Se oggi si cerca un colpevole, lo si cerchi dove il potere decisionale risiede davvero: nei palazzi che autorizzano, pianificano, controllano – o fingono di farlo.

Il coraggio che serve non è quello delle dichiarazioni post-disastro, ma quello di assumersi le responsabilità, intervenire sul territorio, bonificare, demolire quando necessario, ricostruire in sicurezza e incentivare il recupero del patrimonio storico. Smettiamola di processare i cittadini dopo averli lasciati soli per decenni.

Perché questa storia non parla di fatalità.

Parla di scelte politiche sbagliate, reiterate e mai pagate


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