 |
Sicilia nel ciclone: i politici veri colpevoli
di Raffaele Florio
Sulla frana di Niscemi vado controcorrente, ma con una precisazione necessaria.
In queste ore si sta affermando una lettura pericolosa e ipocrita: quella che, tra le righe, finisce per colpevolizzare i cittadini.
“Non si doveva costruire lì”, “era noto da secoli”, “si sapeva”. Il Corriere della sera scrive che si sa da 230 anni.
Tutto vero. Ma la domanda vera è un’altra: chi doveva impedire che si costruisse?
Di certo non i singoli cittadini.
Non le famiglie che cercavano una casa.
Non chi ha comprato, spesso in buona fede, immobili autorizzati, allacciati, tassati, talvolta persino condonati dallo Stato.
La responsabilità è politica, amministrativa, istituzionale.
Niscemi, come Agrigento nel 1966, come Giampilieri, come Sciacca, non è il frutto di scelte individuali isolate, ma di decenni di permissivismo pubblico, di piani regolatori piegati, di controlli inesistenti, di sanatorie trasformate in metodo di governo del territorio.
Giorgia Meloni è volata a Niscemi per portare solidarietà ai colpiti. Un gesto umano, ma che rischia di restare simbolico se non si accompagna a una verità scomoda: lo Stato, a tutti i livelli, sapeva e non ha agito. Gesto umano ma anche terribilmente già visto.
Nel luglio del 1966 Giuseppe Saragat e Aldo Moro fecero lo stesso ad Agrigento, dopo la frana che distrusse interi quartieri della città, lasciando ottomila persone senza casa. Anche allora era noto – da secoli – che su quei versanti non si doveva costruire.
Tra Agrigento e Niscemi sono passati quasi sessant’anni.
La domanda è brutale, ma necessaria: che cosa abbiamo imparato?
La risposta, altrettanto brutale: nulla.
Sessant’anni in cui governi nazionali, regionali e amministrazioni locali hanno continuato a scaricare le conseguenze delle proprie omissioni sui cittadini. Prima permettendo di costruire, poi accusando chi ci ha vissuto.
Nel frattempo i centri storici venivano abbandonati, mentre il cemento armato avanzava ovunque: spesso brutto, spesso fuori scala, spesso in aree fragili. Prima l’abuso tollerato, poi la sanatoria promessa, infine l’emergenza.
Questa non è incuria popolare.
È fallimento politico.
Se oggi si cerca un colpevole, lo si cerchi dove il potere decisionale risiede davvero: nei palazzi che autorizzano, pianificano, controllano – o fingono di farlo.
Il coraggio che serve non è quello delle dichiarazioni post-disastro, ma quello di assumersi le responsabilità, intervenire sul territorio, bonificare, demolire quando necessario, ricostruire in sicurezza e incentivare il recupero del patrimonio storico.
Smettiamola di processare i cittadini dopo averli lasciati soli per decenni.
Perché questa storia non parla di fatalità.
Parla di scelte politiche sbagliate, reiterate e mai pagate
 
Dossier
diritti
|
|