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La giornata della memoria perduta - parte 2
di
Rinaldo Battaglia *
Tutta la Storia della Shoah è stata davvero solo un affare economico, un business. Una meschina questione di denaro. In Italia, come altrove. E si pagavano i delatori, i commercianti di ‘carne ebrea’, coi soldi rubati e sottratti con la violenza agli ebrei stessi, ovviamente.
La vittima che viene costretta a pagare il suo killer. Come a Roma il 16 ottobre 1943.
Del resto è facile creare ‘mercanti di uomini’ quando questo è un pilastro del regime fascista e viene pubblicizzato, per 20 anni, dappertutto.
Come nel Terzo Reich nella ‘Reichskristallnacht’ (la ‘notte dei cristalli’), quella tra il 9 e il 10 novembre ’38, quando in poche ore, in tutta la Germania ed Austria, molte persone – sotto gli occhi dei propri familiari - vennero subito assassinate (almeno 118), molte donne ebree violentate (oltre 100) nonostante ‘il terrore del sacrilegio razziale’, almeno 7.500 negozi ed imprese distrutti e 319 sinagoghe bruciate.
Furono 2.500 gli ebrei uccisi o che, terrorizzati, si suicidarono in quella settimana.
E, quale beffa, queste violenze furono imputate agli ebrei stessi, tant’è vero che la comunità ebraica fu condannata a pagare ben 1 miliardo di marchi quale ’ risarcimento dei danni perpetrati’.
Questa era la Shoah, anche quella di casa nostra. Si capisce perché è gradito non parlarne o ricordare?
Forse si possono dedicare (o insistere per dedicare) vie o piazze a uomini del Duce ma la realtà al tempo della Shoah non cambia. Si può anche non farne menzione, si possono nascondere documenti tra l’ignoranza e la delinquenza generale, nella polvere delle coscienze, ma la vera ‘memoria’ resta scolpita nel libro della Storia.
Come scrisse il 5 maggio 1942 un certo Giorgio Almirante su ‘La Difesa della Razza’ di cui era il direttore responsabile dal 20 settembre 1938:
«Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore». «Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue».
Sì, Giorgio Almirante, tenente poi della Repubblica di Salò – dopo aver giurato totale fedeltà alla Carta di Verona del 7 novembre 1943 – e autore di molti manifesti fascisti e razziali (come quello del 17 maggio 1944 per la Prefettura a Grosseto), quale Capo Gabinetto del Ministro della cultura popolare nella RSI (e vicesegretario del PNF) Ferdinando Mezzasoma, uno dei fucilati a Dongo il 28 aprile 1945.
Forse sarebbe utile e più dignitoso dedicare vie e piazze alle vittime italiane della Shoah. Abbiamo 7.555 nomi su cui scegliere, 7.555 croci sulla coscienza della nostra storia. 751 di quelle croci erano bambini, piccoli cuccioli d’uomo.
Sacrificati nell’altare dell’ignoranza e della delinquenza. E del silenzio assordante di quella generazione, malgrado segnali ben visibili anche ai ciechi.
Il 6 agosto 1938, il giornale del regime (Il Popolo d’Italia) scriveva a prima pagina nel titolo: ‘Il razzismo italiano data dall’anno 1919 ed è base fondamentale dello Stato fascista’.
Abbiamo 7.555 croci sulla coscienza della nostra storia, socia in affari anche nella strategia criminale della ‘Soluzione Finale’.
Sì, la Soluzione Finale. Al programma della ‘Soluzione Finale’ infatti si arrivò dopo il fallimento inevitabile dell’operazione ‘Madagascar’ quando Hitler su suggerimento di Adolf Eichmann studiò di ‘spostare’ nell’isola africana l’intera popolazione ebraica europea, o ‘almeno la deportazione di ben 4 milioni’ di ebrei. E tra l’altro, separando sempre uomini e donne, affinché non si ‘riproducessero’ e sempre sotto la stretta sorveglianza delle S.S. in quanto solo destinati ai lavori forzati.
E nel piano diabolico l’Italia fascista c’era. Eccome!
Il Duce propose addirittura l’alternativa dell’Etiopia, allora colonia italiana conquistata con l’iprite e difesa coi massacri, come quello della Yekatit 12 del 19 febbraio 1937, quello che non si insegna mai nelle nostre scuole. Conviene? Converebbe?
Il Fuhrer e il ministro degli Esteri Ribbentrop ne parlarono e condivisero l’idea con Mussolini e il ministro Ciano già nel primo loro incontro - quello del 18 giugno ‘40 a Monaco - dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel piano rispetto del criminale ‘Patto d’Acciaio’ firmato a Berlino il 22 maggio dell’anno precedente. I nostri condivisero l’idea! E Lì decisero quando invadere l'URSS, dove abitavano almeno 5 milioni di ebrei (quando invadere, non se invadere).
Ma saltato il piano ‘Madagascar’ anche per l’opposizione di Himmler perchè favorevole non all’immigrazione degli ebrei ma proprio alla loro completa ‘eliminazione’ (chiamata ‘Endlosung’) si arrivò alla Soluzione Finale, decisa a Wannsee il 21 gennaio 1942.
Lo sviluppo dei sei campi di sterminio dell’est partì da lì senza più arrestarsi fino alla sconfitta nazifascista, contando soltanto di ebrei 6 milioni di morti.
Sorpresa? Indignazione? Questa era l’Italia fascista al tempo dei nostri padri e dei padri dei nostri padri. Nessuno sa nulla?
E oggi che Italia siamo? Siamo progrediti, siamo ‘maturati’? Se analizziamo il dato Eurispes ci viene solo da piangere. Ma basterebbe anche aprire la finestra o leggere con coscienza i fatti del nostro periodo - non quello dei nostri padri e dei padri dei nostri padri - per comprendere che quel numero rispecchia la nostra Italia e attualmente identifica il nostro paese. Ignoranti o delinquenti?
Il dilemma si ripresenta, ma non sulle generazioni passate ma sulla nostra, la mia, quella dei nostri figli.
Il 28 maggio 1965 nella mia Vicenza (quella che per anni, ogni 28 aprile, si pagava necrologi a S.E. Cav. Benito Mussolini sul principale giornale della città, con scritto ‘Sempre in noi presente’) una grande figura locale, deportato anni prima nei lager nazisti come IMI e poi deputato per la DC all'Assemblea Costituente, quale l’avv. Guglielmo Cappelletti partecipò a varie conferenze per ‘spiegare’ la Shoah. Era il 1965, in Germania – la nuova Germania – solo da 3 o 4 anni si cominciava a conoscere nell’opinione pubblica il nome di Auschwitz, prima tabù, e questo grazie ai processi molto coraggiosi del giudice Fritz Bauer (quello di Francoforte sul Meno aprì davvero una strada per molti altri).
Era il 1965. In una sua relazione l’avv. Cappelletti presentò la ‘realtà economica’ di Auschwitz, raccogliendo dati e documenti che aveva cercato e trovato. Era il rendiconto, era solo una scheda dei costi e dei rendimenti. Costo e rendimento di un deportato ovviamente.
Ossia:
- durata media della vita pari a 9 mesi (durata e di attesa e prevista nel Terzo Reich per ogni prigioniero)
- rendimento medio giornaliero: 6 marchi (quello che il lager si faceva pagare dalle fabriken ove il deportato veniva ‘offerto’ per il lavoro come schiavo per 12-14 ma anche 18 ore al giorno)
- dedotto il costo del mantenimento in vita (0,60 marchi) e ‘logoramento’ vestiti (0,10 marchi)
- restavano 5,30 marchi per ogni deportato.
Se si moltiplica: 9 mesi (270 giorni ossia tutti i giorni del calendario) x 5,30 marchi, ogni deportato fruttava al sistema nazista: 1.431 marchi.
Serve altro?
Sono passati oltre 60 anni da quella relazione dell’avv. Cappelletti, cosa conosce la nostra opinione pubblica del crimine della Shoah in quanto ‘crimine economico’? Perchè non se ne è mai parlato almeno in questi ultimi 60 anni? A chi conveniva e a chi conviene il silenzio? Ignoranza o delinquenza? Perchè se si viene informati, se circolano le notizie, poi si possono anche fare dei ragionamenti, delle scelte autonome, libere, senza tener conto delle bandiere del passato e dei crimini anche italiani di quel periodo.
Ma non solo. Molti storici hanno discusso sul perché, soprattutto dopo la sconfitta nazista (e italiana) della campagna di Russia (fine gennaio ‘43), quando la produzione industriale del Terzo Reich dedicata alla guerra (cioè tutta) cominciava a stentare e da quando le enormi masse di ’schiavi’, prima prese e rastrellate nei territori conquistati dell’URSS si stava rallentando, il regime di Hitler abbia incessantemente proseguito nella strada dello sterminio degli ebrei (ad Auschwitz in particolare allora), gasando milioni di braccia che potevano ‘produrre’, ossia ‘far guadagnare’ altri 1.431 marchi per ogni altro schiavo.
E abbia continuato a pagare profumatamente delatori e commercianti di carne ebrea – anche in Italia – per spedire altri ebrei nei camini di Auschwitz. Non è un controsenso?
In quel tempo, gli uomini del Fuhrer (Speer e Sauckel) cercavano disperatamente nuovi schiavi, per coprire i ‘buchi’ che i mancati deportati, che non sarebbero arrivati dall’est copiosi come prima, avrebbero inevitabilmente aperto. Cercavano disperatamente nuovi uomini da ‘sterminare’ con il lavoro e l’operazione dei nostri IMI (Internati Militari Italiani) dopo l’8 settembre, schiavizzati, con l’accordo del 23 settembre ‘43 con Mussolini, nasce proprio da questo contesto, di non far rallentare la produzione industriale o, meglio, bellica.
Perchè allora non ‘usare’ i 2 milioni di ebrei ‘maschi’ - potenzialmente idonei al lavoro – nella ‘fabriken’ anzichè gasarli subito ad Auschwitz? E perché continuare con gli eccidi di massa di migliaia di migliaia di ebrei in Ucraina, Lettonia, Littuania, molti dei quali potenzialmente abili al lavoro? Perché?
E’ una analisi macabra, ancora una volta da uomini di ‘numeri’ o di economia, da grafici di budget e da business plan, ma serve talvolta entrare nella testa, di quel preciso momento storico, per meglio capire il ‘crimine’ della Shoah. Nazista o fascista che fosse.
Certo: milioni di ebrei lavoravano in quel momento nelle ‘fabriken’ fino all’ultimo loro respiro, ma perché uccidere e gasare molti altri milioni di uomini, molte altri milioni di braccia, subito?
Le risposte sono due, che sono intrecciate tra di loro in una unica, volendo. Soprattutto dalla fine del ‘42 il problema principale e primario dei nazisti era la ‘penuria di cibo’. A qualsiasi livello, in qualsiasi luogo. Germania o terre conquistate non cambiava. Il vero nemico non erano gli Alleati ad ovest o i Russi ad est: era la fame. La fame.
Le campagne erano state distrutte e abbandonate, la carestia agricola si stava sviluppando, le fabbriche producevano solo per la guerra, non per ‘alimentare’ o sfamare le persone, tedesche e non tedesche. Il piano di Hitler, il Generalplan OST, che prevedeva la conquista dell’URSS, con l’operazione Barbarossa del 22 giugno’41, puntava a colonizzare quelle terre molto ricche per l’agricoltura, puntava a cacciare gli abitanti (camere a gas, massacri o esodi era lo stesso, ebrei o non ebrei, poco cambiava), puntava a creare nuovi schiavi e ad utilizzare e depredare tutte le risorse economiche possibili. Era la cosiddetta conquista dello ‘spazio vitale’, spazio per la ‘vita’ dei tedeschi e quindi del nazismo. E quindi di ‘loro’.
Spazio vitale. Userà questo termine anche Mussolini nella carta di Verona del 17 novembre 1943 al punto 8 con quel suo ‘Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio vitale, indispensabile a un popolo di 45 milioni di abitanti, sopra un’area insufficiente a nutrirlo’.
E col termine di spazio vitale, il nazismo di Hitler e del fascismo del Duce ‘giustificavano’ i loro crimini.
Ma per meglio comprendere il tutto, vanno ricordate le parole di Goebbles: ‘Il cibo è un’arma’ (Nahrung ist waffe). E le armi vanno prese e difese per uso proprio. Sono la tua àncora di salvezza. Hitler – criminale fin che si vuole, ma non stupido - aveva addirittura trasformato il Ministero dell’Agricoltura nel maggio ‘42 in Ministero dell’Alimentazione, allo scopo di creare un ‘piano della fame’ o meglio ‘contro’ la fame.
A capo aveva messo un nazista doc, Herbert Backe, con obiettivi ben precisi. E per raggiungerli se si è nazisti doc, allevati da anni di odio continuato e ripetuto, vi era una sola strada: per ridurre la fame, bisognava ridurre le bocche da sfamare. E nella lista i primi erano gli ebrei, che dovevano scomparire dal mondo affinché fosse davvero ‘judenfrei’. Soprattutto nelle terre dell’est, dove gli ebrei erano più numerosi e radicati da secoli. Eliminare altri 7/8 miloni di ebrei ‘avrebbe riequilibrato la bilancia alimentare’, come diceva a suo tempo Sauckel. Uccidere subito gli ebrei, soprattutto nelle terre di Polonia ed Ucraina, avrebbe permesso di ‘sfamare’ meglio gli altri schiavi – russi, ucraini, slavi, italiani etc – che servivano per la produzione industriale necessaria per la guerra.
Fu in questa fase che Herbert Backe sviluppò e insegnò ai ‘Lagerkommandant’ la quantità ‘calorica’- con tanto di tabelle - che ogni deportato (ebreo o non ebreo poco cambia) poteva ricevere, ossia il minimo indispensabile perché non morisse subito, affinchè continuasse a produrre ancora per un altro giorno. E qui – volendo – si ritorna alla famosa contabilità dell’avv. Cappelletti e al suo documentato costo del mantenimento in vita (0,60 marchi) e ‘logoramento’ vestiti (0,10 marchi).
La morte degli ebrei ad Auschwitz avrebbe permesso, in altre parole, la ‘sopravvivenza’ minima degli altri deportati . Lo stesso, gli infiniti eccidi e massacri nelle terre dell’est.
E’ difficile dire oggi dove iniziasse l’ideologia razzista del nazismo e dove finisse il cinismo economico dei Vertici del regime, dove iniziasse la Shoah e dove finisse il beneficio reddituale degli imprenditori tedeschi, che sostenevano convinti ed interessati il nazismo.
Come è altrettanto difficile dire oggi dove iniziasse l’ideologia razzista del nostro fascismo e dove finisse l’avidità economica degli uomini di Mussolini, dove iniziasse la ‘Shoah di casa nostra’ e dove finisse il beneficio patrimoniale – in denaro e beni – di chi sosteneva o viveva in quel periodo così nefasto.
Ma è facile - questo sì – oggi sostenere che quando rompi o lasci rompere, gli argini del fiume della ‘disumanità’ tutto si annega e tutto si distrugge ed ogni minima idea, per quanto criminale, diventa buona per salvare la ‘bestia’ che è in noi. Chiamiamolo pure istinto primitivo, ma è purtroppo così. La differenza tra la bestia e l’uomo è ‘l’umanità’, il senso dei diritti ‘altrui’, di non fare mai al prossimo quello che non vorresti fosse fatto a te. Erano semplici parole di un semplice rivoluzionario che, duemila anni prima, venne crocifisso, proprio perchè scomodo e controcorrente.
Forse è arrivato il momento in Italia, 80 anni dopo la Shoah, di spiegare per bene e senza retorica, senza falsi moralismi o bandiere patriottiche da difendere, cos’è stata la Shoah italiana, quella di casa nostra.
La Storia non la scrivono i vincitori e tanto meno i vinti: è scritta dai documenti.
E la nostra ‘non-conoscenza’ non sarà mai un alibi, ma bensì una colpa.
La pigrizia del nostro atavico, italiano, ‘non-interesse’ non sarà mai una difesa, ma bensì un formale atto di accusa.
L’indifferenza generale, già vincente negli anni bui del Duce, e delle sue criminali Leggi sulla Razza in particolare, non c’è più consentita: ne abbiamo perso il diritto per farne uso ed abuso.
La Storia della Shoah è storia di guerra e la guerra è solo ipocrisia, mantenuta in vita da chi ha interesse a farlo, vendendo a piene mani odio ed ignoranza.
La storia della Shoah italiana ce lo insegna, per quanto venga nascosta, dimenticata, trattata come silenzio fastidioso, volutamente strumentalizzata nella memoria collettiva.
E noi, come una ninna nanna, quasi per dispetto, dobbiamo invece trasmetterla, ai nostri figli e – come vasi comunicanti - ai figli dei nostri figli, per imparare ad esser ‘uomini’ perché le razze non esistono. E a forza di parlarne, diventarne consapevoli, quasi con naturalezza. Perché le razze non esistono, ma forse dobbiamo chiederci se oggi ad esistere siano per primo gli ‘uomini’.
Perchè sarebbe – solamente - non perdonabile che, per i nostri figli e ai figli dei nostri figli, la nostra generazione domani venga identificata come la generazione della ‘memoria perduta’. Non perdonabile.
Non sarebbe perdonabile che domani, altri uomini e altre donne del prossimo tempo, un giorno possano scrivere - della loro generazione - le medesime parole che con molta onestà intellettuale ha scritto - sulla nostra generazione - Oriana Fallaci: “Agli uomini (del mio tempo) non interessa né la verità, né la libertà, né la giustizia. Sono cose scomode e gli uomini si trovano comodi nella bugia e nella schiavitù e nell'ingiustizia. Ci si rotolano come maiali.”
Non sarebbe – semplicemente – più perdonabile.
Il giorno dell’arringa conclusiva al processo di Norimberga, l’avvocato dell’accusa, il grande Robert H. Jackson, disse parole di fuoco e di monito verso il futuro, nel caso in cui non vi fossero state giuste ed eque sentenze sulla Shoah:
“Se voi giudici dichiarerete che questi uomini sono non colpevoli , sarà come se aveste dichiarato non c'è mai stata una guerra. Nessuno è stato ucciso. Nessun crimine è stato commesso”.
Parafrasando indegnamente quelle parole, adesso si potrebbe dire che nascondendo e non studiando la storia della Shoah – anche e soprattutto quella di ‘casa nostra’ - o anche solo dedicando vie a sacerdoti convinti del fascismo e dell’odio di razza, sarebbe come dire che non c’è stato il fascismo, le nostre leggi razziali del ‘31 e del ‘38, che nessun crimine è stato commesso, nessuna Shoah italiana mai esistita. Che 7.555 croci sepolte nella nostra coscienza non sono a nulla servite, quei 751 bambini uccisi invano.
Ma forse, se la studiamo, siamo ancora in tempo per non deludere l’avvocato Jackson.
Forse capiamo la differenza tra essere ignoranti e delinquenti. E decidere di vivere né come gli uni e tanto meno come gli altri, anche perchè probabilmente non vi è tra di loro differenza.
O più semplicemente non è vivere.
Oggi, oltre 80 anni dopo il tempo della Shoah italiana.
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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