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La morte dell'empatia nelle azioni dell'esercito israeliano
di Emma Buonvino
Esempi reali da testimonianze e inchieste (fra parentesi la fonte)
1. Soldati che creano “zone di sparo” senza distinguere civili da combattenti (The Guardian)
Durante l’operazione per creare una “zona cuscinetto” attorno alla Striscia di Gaza, veterani israeliani hanno raccontato che l’esercito ha abbattuto case, campi e intere comunità per realizzare uno spazio largo circa 1 km dove chiunque si trovasse dentro poteva essere considerato automaticamente un bersaglio. Civili, donne e bambini sono stati spinti fuori sparando contro chi si avvicinava, senza chiari criteri per distinguere persone innocenti da militanti.
Che cosa mostra questo caso?
La percezione dell’altro non come persona ma come “minaccia neutra”: un’area piena di persone viene trattata come se fosse tutta potenzialmente pericolosa.
2. Testimonianze di abuso fisico e umiliazione alla frontiera di Hebron (btselem.org)
In città come Hebron (Cisgiordania), organizzazioni per i diritti umani hanno raccolto numerose testimonianze di palestinesi — donne, uomini e bambini — che raccontano di essere stati aggrediti senza motivo, insultati o legati per ore dai soldati. Alcuni descrivono colpi, minacce, torture psicologiche e fisiche anche quando non esistevano situazioni di pericolo reale.
Che cosa mostra questo caso?
Un tipo di comportamento in cui l’altro non è riconosciuto come umano con diritti di base, ma come oggetto di controllo, punizione o intimidazione.
3. Uso di civili come “scudi umani” (Euro-Med Human Rights Monitor)
Testimonianze raccolte da osservatori indipendenti indicano che in qualche occasione civili palestinesi sono stati costretti a camminare davanti a gruppi di soldati in aree pericolose, o usati come “barriere umane” mentre i militari avanzavano. Queste azioni non solo mettono in pericolo vite innocenti, ma trasformano persone già vulnerabili in strumenti di un’operazione militare.
Che cosa mostra questo caso?
Un comportamento in cui l’altro non è considerato degno di protezione, ma anzi è usato come mezzo per un fine militare.
4. Abusi e torture su detenuti blindfolded (Wall Street Journal)
All’interno di un centro di detenzione militare israeliano, cinque riservisti sono stati incriminati per aver picchiato, shockato con taser e ferito gravemente un prigioniero palestinese legato, ammanettato e bendato. Il detenuto ha subito lesioni gravi come costole rotte e danni interni.
Che cosa mostra questo caso?
Un comportamento in cui la persona è privata dei suoi diritti fondamentali e trattata come un oggetto da punire, non come un essere umano con dignità.
5. Operazioni dove medici e ambulanze vengono uccisi per errori “professionali” (AP News)
In un’altra operazione in Gaza, veicoli di emergenza con medici e personale sanitario sono stati individuati per bersagli militari e colpiti, causando la morte di 15 operatori sanitari. Anche dopo, i loro corpi e le ambulanze sono stati spostati o sepolti insieme a detriti dall’esercito.
Che cosa mostra questo caso?
Un episodio in cui l’altro è trattato come un “errore tattico” piuttosto che come persona con una funzione umanitaria che doveva essere riconosciuta e protetta.
Perché questi esempi “collegano” al tema dell’empatia.
Non si tratta di singoli incidenti isolati, ma di schemi ricorrenti che emergono da testimonianze, video, inchieste e report internazionali:
Persone innocenti vengono trattate come bersagli indistinti.
Civili vengono usati come strumenti militari.
Detenuti vengono deumanizzati e maltrattati.
Funzionari umanitari vengono uccisi come se fossero un “errore tattico”.
Tutti questi casi, se letti insieme, mostrano una diminuzione costante del riconoscimento dell’altro come persona con una vita, una storia e diritti propri — ciò che in psicologia e sociologia chiamiamo riduzione o sospensione dell’empatia nei confronti di un gruppo percepito come ostile o subordinato.
L’EMPATIA CANCELLATA
I crimini dell’esercito israeliano non nascono dall’odio improvviso.
Nascono dall’assenza programmata di empatia.
Il palestinese non è una persona: è un bersaglio.
Non ha volto, non ha nome, non ha infanzia.
È una minaccia astratta da eliminare.
Quando l’altro non è umano, ucciderlo diventa un atto tecnico.
In questo sistema l’empatia è proibita.
Chi esita disobbedisce.
Chi prova compassione è un problema operativo.
La violenza sproporzionata non è un errore: è la procedura.
Ubbidire significa spegnersi.
I bambini palestinesi non sono innocenti per Israele.
Sono futuri nemici.
Per questo vengono uccisi, mutilati, resi orfani.
Colpire l’infanzia significa cancellare il domani.
È una scelta strategica, non una “tragica conseguenza”.
“Obbedivo agli ordini” non è una giustificazione.
È una resa morale.
Quando l’obbedienza sostituisce la coscienza,
il crimine diventa routine
e la crudeltà amministrazione ordinaria.
Questa violenza è possibile solo grazie all’impunità.
Un’impunità garantita dal silenzio, dalla complicità,
dalla menzogna dell’autodifesa ripetuta fino a svuotare le parole.
Chi giustifica, chi minimizza, chi guarda altrove
non è neutrale: partecipa.
A Gaza non muore solo un popolo.
Muore l’idea stessa che l’empatia sia un valore universale.
E quando l’empatia viene cancellata lì,
viene cancellata ovunque.
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