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27 gennaio 2026
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Mai più non sia solo uno slogan: memoria come responsabilità
di Leandro Leggeri

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa liberava il campo di sterminio di Auschwitz, emblema della politica di sterminio pianificato del regime nazista. In quel luogo furono assassinate più di un milione di persone, in larga parte ebrei, parte dei sei milioni di vittime della Shoah. La Giornata della Memoria nasce non solo per ricordare questo crimine barbarico, ma anche per interrogare le condizioni storiche, sociali e politiche che lo resero possibile.

Numerosi studi, a partire da quelli di Zygmunt Bauman, hanno messo in luce la tragica modernità di Auschwitz. Sebbene l’antisemitismo nazista abbia attinto elementi dall’antigiudaismo cristiano tradizionale — come la famigerata “accusa del sangue”, secondo cui gli ebrei avrebbero rapito bambini cristiani per utilizzarne il sangue nei cibi e nelle bevande delle festività pasquali — sarebbe profondamente fuorviante interpretare l’Olocausto come un semplice rigurgito barbarico e medievale.

Al contrario, esso fu un prodotto della modernità: reso possibile dalla razionalità tecnica, dall’organizzazione burocratica e da un apparato ideologico capace di trasformare lo sterminio in un atto amministrativamente legittimato.

In questa prospettiva, Enzo Traverso coglie un punto essenziale quando, nel suo libro La violenza nazista, sostiene che l’“unicità” del genocidio ebraico non risieda nel fatto di essere un “evento senza precedenti” — come suggerito da Raul Hilberg, che ne ha sottolineato l’eccezionalità per dimensioni e organizzazione — ma nella sua capacità di sintetizzare, in una forma estrema, pratiche di dominio e distruzione già sperimentate separatamente nel corso della storia moderna.

L’Europa dell’Ottocento, con il suo capitalismo industriale, il suo imperialismo e il suo colonialismo, fu il laboratorio ideologico e materiale del nazismo. I campi di sterminio rappresentarono l’espressione più radicale e perversa della logica produttiva e della razionalità amministrativa proprie della civiltà industriale.

È alla luce di questa consapevolezza che oggi, di fronte a quanto sta accadendo a Gaza, la Giornata della Memoria dovrebbe tornare a interrogarci con urgenza. Se la memoria della Shoah ha un senso che vada oltre la ritualità commemorativa, essa non può che funzionare come criterio critico del presente. Mai più non è un’espressione simbolica né un omaggio retorico alle vittime del passato: è un principio normativo che impone di riconoscere e contrastare, ovunque si manifestino, pratiche di distruzione sistematica, disumanizzazione e punizione collettiva delle popolazioni civili.

Quella in corso a Gaza non è una guerra né un’“operazione militare”, ma un vero e proprio genocidio contro il popolo palestinese. Un genocidio condotto attraverso bombardamenti indiscriminati, massacri di civili, distruzione sistematica delle infrastrutture vitali e un assedio totale che priva deliberatamente la popolazione di acqua, cibo, elettricità, cure mediche e riparo. Ospedali, scuole, università, campi profughi e quartieri residenziali vengono colpiti non per errore, ma perché rappresentano la possibilità stessa di una vita palestinese.

Questa violenza non è né improvvisa né contingente. Essa si inserisce in una lunga storia di colonialismo d’insediamento, pulizia etnica e dominio razziale iniziata nel 1948 con la Nakba e mai interrotta. Gaza è oggi il laboratorio estremo di questo progetto: una prigione a cielo aperto trasformata in un campo di sterminio a bassa intensità, dove la sopravvivenza di un intero popolo viene messa in discussione giorno dopo giorno.

Parlare di “diritto alla difesa” in questo contesto significa rovesciare la realtà: chi difende la propria esistenza è la popolazione palestinese, non la potenza occupante.

Le pratiche messe in atto — punizione collettiva, fame come arma di guerra, distruzione deliberata della società civile — costituiscono violazioni sistematiche del diritto internazionale umanitario e delle Convenzioni di Ginevra, ma soprattutto rivelano l’intenzione di rendere Gaza inabitabile, di spezzare un popolo non solo fisicamente, ma politicamente, socialmente, culturalmente. Questo è il cuore del genocidio: non solo l’uccisione, ma la negazione del futuro.

Assumere fino in fondo la lezione di Auschwitz significa comprendere che il genocidio non inizia con le camere a gas, ma molto prima: con la disumanizzazione sistematica, con la trasformazione di un popolo in un problema amministrativo o di sicurezza, con la sospensione selettiva del diritto e la costruzione di vite considerate sacrificabili.

È attraverso questi processi che la violenza di massa diventa pensabile, praticabile e infine normale. Ed è proprio perché sappiamo dove conducono tali dinamiche che oggi non possiamo voltare lo sguardo davanti a ciò che accade a Gaza.

In questo quadro, Israele non agisce in isolamento. Il genocidio a Gaza è reso possibile dal sostegno politico, economico e militare delle potenze occidentali, che forniscono armi, copertura diplomatica e legittimazione morale. Le violazioni reiterate delle risoluzioni delle Nazioni Unite non sono un incidente, ma la conseguenza di un sistema internazionale che tollera — e finanzia — la violenza coloniale quando colpisce un popolo non allineato, non bianco, non occidentale.

Onorare davvero la memoria delle vittime del nazismo significa allora prendere posizione senza equivoci: stare dalla parte dei palestinesi, interrompere immediatamente il flusso di armi e fondi verso Israele, imporre sanzioni, sostenere il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza di un popolo sotto occupazione.

La memoria non è neutralità, non è equilibrio tra oppressore e oppresso. La memoria è scelta. E oggi, a Gaza, scegliere di non scegliere significa essere complici.

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