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24 gennaio 2026
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Gaza e la normalizzazione del massacro
di Emma Buonvino

Il punto più disturbante di questa guerra non è soltanto il numero delle vittime, né la sproporzione della forza, né nemmeno la scelta deliberata di colpire sapendo che civili sarebbero morti.

Il punto più inquietante è la normalizzazione del massacro come procedura amministrativa.

A Gaza non si è semplicemente ucciso: si è automatizzato l’uccidere, lo si è reso un flusso di lavoro. Un processo. Un protocollo. Quando l’eliminazione di una persona passa attraverso un sistema che calcola “danni collaterali accettabili”, la violenza smette di apparire come violenza e diventa gestione. Non si decide più se è giusto colpire, ma se rientra nei parametri.

Ed è qui che il discorso sulla vendetta, pur reale, non basta.

La vendetta è emotiva, caotica, esplosiva.

Quello che vediamo a Gaza è freddo, metodico, ripetitivo. È la violenza di persone che non urlano, non odiano apertamente, non si percepiscono come carnefici. Persone che si dicono: “io faccio solo la mia parte”.

Questo è il vero salto di qualità: la frammentazione della responsabilità.

Chi progetta l’algoritmo non sgancia la bomba. Chi autorizza il bersaglio non vede i corpi. Chi preme il pulsante non conosce i nomi.

E così nessuno, singolarmente, si sente colpevole — mentre collettivamente si produce una distruzione senza precedenti.

È il meccanismo classico dei grandi crimini storici: quando l’orrore non ha più un volto, ma una dashboard.

Il fatto che tutto questo sia avvenuto all’interno di unità considerate “élite”, composte da persone istruite, laiche, spesso progressiste, è forse la parte più scomoda.

Perché distrugge l’illusione che l’istruzione o il benessere rendano immuni dal male.

Non è l’ignoranza che ha reso possibile Gaza. È l’adattamento.

L’adattamento a un contesto in cui il palestinese è da decenni ridotto a problema di sicurezza, a dato statistico, a sagoma astratta. Un contesto in cui l’occupazione non è più percepita come eccezione, ma come normalità.

Un contesto in cui l’etica non viene abolita, ma sospesa “temporaneamente” — salvo poi non tornare mai più.

E quando la tecnologia entra in questo vuoto morale, non lo riempie: lo amplifica.

L’IA non decide al posto dell’uomo. Permette all’uomo di non sentire più il peso della decisione.

Il silenzio, allora, non è solo paura o disciplina militare. È il risultato di una cultura che non insegna a disobbedire quando obbedire diventa criminale.

Una cultura che premia l’efficienza, non la coscienza. Che scambia il dubbio morale per debolezza.

Per questo la domanda “perché nessuno si è rifiutato?” è così devastante: perché la risposta non è “perché erano mostri”, ma perché erano normali.

E qui il testo tocca qualcosa che va oltre Israele e Gaza. Ci riguarda tutti.

Ogni società che accetta che alcune vite valgano meno, ogni sistema che trasforma la violenza in procedura tecnica, ogni contesto in cui la distanza — geografica, tecnologica, simbolica — protegge chi colpisce dalla vista delle conseguenze, sta preparando lo stesso vuoto morale.

Parlarne ora non serve solo a ricostruire responsabilità. Serve a impedire che questo modello — uccidere senza sentire, distruggere senza vedere, obbedire senza rispondere — diventi la nuova norma della guerra.

Perché quando il massacro non scandalizza più nemmeno chi lo compie, non siamo davanti a una crisi militare. Siamo davanti a una frattura etica della civiltà.

E sì: è davvero ora di iniziare a parlarne.

Senza sconti. Senza alibi. Senza più silenzi.

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