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Palestina: i cimiteri "dei numeri"
di Emma Buonvino
Cos’è un “cimitero dei numeri”? Spiegazione breve e chiara:
I cimiteri dei numeri sono siti segreti di sepoltura dove le autorità israeliane tengono i corpi di palestinesi e altri arabi uccisi nel conflitto, senza restituirli alle famiglie e sostituendo il nome con un numero.
Ogni tomba ha solo una targa metallica con un numero, invece del nome o di qualsiasi altro dato personale e quel numero corrisponde a un file custodito dalle autorità stesse.
Questi luoghi non hanno lapidi, spesso sono in zone militari chiuse o non accessibili e non vengono rivelati pubblicamente né alle famiglie né alle comunità di appartenenza dei defunti.
E' la denuncia delle Donne giornaliste senza catene (WJWC).
La pratica è stata usata per decenni e si è intensificata negli ultimi anni, con centinaia di corpi trattenuti nei cimiteri numerati o in celle frigorifere, alcuni risalenti fino a decenni fa.
La politica — inclusa una decisione della Corte Suprema israeliana e successive leggi interne — consente alle autorità di trattenere i corpi per potenziali negoziati o come strumento di pressione politica.
Lo rivela il Palestinian Information Center.
Riflessione: la spoliazione dell’identità nei cimiteri dei numeri
Nel cimitero dei numeri, la violenza non finisce con la morte.
Il corpo viene sottratto, il nome cancellato, la storia ridotta a una cifra numerica.
Un numero non piange, non ha madre, non ha infanzia, non ha memoria condivisa.
Un numero non può essere chiamato ad alta voce dal proprio nome.
È questa cancellazione del nome che è devastante: si nega alla vita il diritto di essere riconosciuta come tale anche nella morte.
Quando una comunità dà un nome a chi è morto, sta affermando: La tua esistenza conta.
Il tuo dolore è reale. La tua memoria sopravvive.
Negare quella sepoltura importante significa negare la continuità tra vivi e morti.
Il colonialismo non si accontenta di controllare la terra e i corpi vivi.
Vuole governare la memoria, perché la memoria genera continuità e la continuità genera diritto.
Se non posso piangerti,
se non posso seppellirti,
se non posso incidere il tuo nome nella pietra,
allora il legame si spezza.
In questi luoghi, il sistema di numerazione diventa una frontiera estrema del dominio:
cancella l’identità personale
impedisce il lutto comunitario
sospende il dolore in una zona di vuoto emotivo
nega il corpo come merce di scambio politica.
Il numero serve allo Stato.
Il nome serve alla vita.
Il numero archivia.
Il nome racconta.
Il numero permette l’uso politico del corpo dopo la morte.
Il nome difende la dignità oltre la morte.
Pronunciare il nome di chi è sepolto in un cimitero numerato — ricordarlo, scriverlo, chiedere il suo ritorno alla famiglia — spezza simbolicamente il potere di anonimato imposto dalle autorità.
Perché il nome è indocile: attraversa i muri, resiste alla cancellazione, ricostruisce memoria.
Negare il nome significa negare il diritto umano più profondo: quello di appartenere ancora a chi ti ha amato, anche dopo essere morto.
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