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Progetto di annientamento della dignità maschile palestinese
di Emma Buonvino
Il progetto di annientamento della dignità maschile come asse della distruzione culturale palestinese.
La violenza esercitata dagli apparati militari e carcerari israeliani contro gli uomini palestinesi non è soltanto fisica. È sadica nel senso politico del termine: una violenza che trae efficacia non dall’eliminazione immediata del corpo, ma dalla sua umiliazione sistematica, dalla sua esposizione alla vergogna, dalla frantumazione pubblica della sua funzione simbolica all’interno della comunità.
L’uomo palestinese viene colpito come individuo e come segno.
Arresti notturni davanti ai figli, perquisizioni umilianti davanti alle mogli, nudità forzata, insulti sessuali, pestaggi eseguiti in pubblico o raccontati deliberatamente ai familiari: tutto concorre a un unico obiettivo, che non è la sicurezza, ma la distruzione della figura dell’uomo come protezione, come riferimento, come pilastro della dignità familiare e collettiva.
Questa violenza non è casuale. È pedagogica.
Serve a insegnare alle famiglie palestinesi che nessun uomo può difendere, nessun padre può proteggere, nessun figlio può crescere senza essere spezzato. L’umiliazione inflitta all’uomo è un messaggio rivolto alle donne e ai bambini: guardate cosa possiamo fare ai vostri uomini, e ricordatevelo.
In questo senso, la brutalità assume una dimensione rituale.
L’uomo palestinese viene costretto a inginocchiarsi, a implorare, a essere ridotto a corpo vulnerabile e dominato, spesso davanti ai propri cari. È una violenza che mira a invertire l’ordine simbolico, a trasformare la virilità non in forza ma in colpa, non in responsabilità ma in fallimento. Non si tratta solo di reprimere una resistenza politica, ma di colonizzare l’immaginario.
La demonizzazione accompagna questo processo.
L’uomo palestinese viene sistematicamente rappresentato come potenziale terrorista, animale pericoloso, corpo sacrificabile. Questa narrazione giustifica qualsiasi abuso e permette alla violenza di presentarsi come “necessaria”. Ma la realtà è un’altra: la violenza precede la colpa, la punizione precede l’atto. L’umiliazione non risponde a un crimine, lo produce simbolicamente.
Colpire gli uomini significa colpire la trasmissione culturale.
Significa interrompere il passaggio di memoria, di valori, di protezione emotiva. Un uomo spezzato non è solo un individuo traumatizzato: è una ferita che si trasmette ai figli, un silenzio che si insinua nelle case, una paura che diventa norma. È così che la violenza coloniale diventa strutturale, agendo non solo sul presente ma sul futuro.
Questa pratica rientra pienamente in una strategia di distruzione culturale: non cancellare il popolo palestinese solo fisicamente, ma renderlo incapace di riconoscersi come tale, svuotarlo dall’interno, spezzarne i legami simbolici. L’umiliazione degli uomini è uno degli strumenti centrali di questo processo, perché colpisce il cuore delle relazioni sociali.
Non è eccesso.
Non è deviazione.
È metodo.
E finché questa violenza verrà descritta come “incidentale” o “difensiva”, resterà invisibile nella sua vera natura: una pratica di dominio che usa la vergogna come arma e la famiglia come teatro dell’annientamento.
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