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17 gennaio 2026
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Orly Noy: insolente collettivo sionista
trad. di Rosa Rinaldi

"Esiste forse un collettivo più insolente sulla terra di quello sionista?"

Traduco questo bellissimo articolo di Orly Noy, giornalista ebrea israeliana di origine iraniana, che fa riflettere sull'ipocrisia ebefrenica di chi sostiene i manifestanti iraniani e al tempo stesso chiama "terroristi" i palestinesi che provano a resistere alla dittatura militare e coloniale che li opprime.

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"Sul­l’Iran in rivolta, l’ipocrisia israeliana non conosce limiti"

Solo pochi istanti fa, gli israeliani esultavano per un olocausto a Gaza — e ora osano celebrare la valorosa insurrezione del popolo iraniano".

Quarantasette anni fa oggi, Mohammad Reza Pahlavi, l’ex Scià dell’Iran, lasciò il Paese per sempre. Quarantasette anni fa oggi, anche la mia famiglia e io lasciammo l’Iran, senza sapere che sarebbe stato anch’esso per sempre. Nel caos della rivoluzione, nulla era chiaro, se non il caos stesso. Venimmo a sapere della partenza della famiglia reale solo durante il tragitto verso l’aeroporto, dai titoli delle edizioni speciali dei giornali che urlavano: شاه رفت, “Lo Scià se n’è andato”. Lo Scià se n’era andato, e anche noi.

Da 47 anni seguo da lontano la patria che abbiamo lasciato: le sue gioie, troppo poche, e i suoi disastri e dolori, fin troppo numerosi. E come il resto del mondo, negli ultimi giorni ho seguito la rivolta eroica del popolo iraniano nella sua lotta per liberarsi dall’oppressione di questo regime malvagio e crudele. Assistendo al terribile prezzo che sono stati costretti a pagare, sento il cuore come se volesse uscirmi dal petto per raggiungerli.

Le immagini delle forze Basij che falciano i manifestanti sono agghiaccianti. Ho ancora parecchi parenti in Iran; da quando sono iniziate le proteste, non ho osato contattarli per chiedere come stiano, perché qualsiasi contatto da parte di qualcuno in Israele potrebbe metterli in pericolo. Così seguo da lontano e prego per il meglio.

In Israele, come ovunque nel mondo, l’insurrezione iraniana ha conquistato i titoli e gran parte del dibattito pubblico — non solo per le implicazioni che questi sviluppi, o un possibile attacco statunitense, avrebbero per Israele, ma anche perché le manifestazioni offrono al pubblico israeliano l’opportunità di “stare dalla parte giusta” e di ripulire la propria immagine, sia davanti a se stessi sia davanti al mondo.

Quando vedo ebrei israeliani che solo un attimo fa sostenevano il barbaro genocidio dei palestinesi di Gaza — con tutte le loro forze, con entusiasmo misurato, o con una scrollata di spalle e un “È così che funziona la guerra” — ora celebrare la valorosa rivolta del popolo iraniano, la nausea mi scuote nel profondo.

Esiste forse un collettivo più insolente sulla Terra di quello sionista?

Dopo aver sbadigliato davanti a bambini che muoiono di fame e al bombardamento di interi quartieri, e continuando a mostrare totale indifferenza per la sofferenza in corso nella Striscia, ora osano parlare di un regime crudele? Di una lotta per la liberazione? Di democrazia? Di libertà?

Vedo israeliani scuotere la testa con aria moralista di fronte al fatto che nessuno conosce il numero reale delle vittime tra i manifestanti in Iran. Conoscono forse il numero reale delle vittime dell’olocausto di Gaza? E gliene importa davvero qualcosa?

Di recente sono stata colpita da un’influenza come non ne avevo mai avute. Dicono che sia la peggiore influenza che abbia colpito la nostra regione da decenni, e ci credo. So che in questo momento sta devastando i residenti di Gaza, senza un letto caldo, senza un tetto sopra la testa, senza medicine e senza un luogo asciutto dove riprendersi.

La crudeltà israeliana, insaziabile, non lascia ancora andare questi sopravvissuti, insistendo nel continuare a torturarli. Mentre ero costretta a letto, non riuscivo a fare molto se non scorrere sempre più video dall’Iran, e soprattutto dalla mia città natale, Teheran. Ogni volta che posavo il telefono, salpavo con l’immaginazione verso la visita che un giorno potrei forse fare.

Se ho un desiderio, è questo: vedere l’Iran ancora una volta. La strada dove sorgeva la nostra casa, che non esiste più. La scuola ebraica dove ho studiato, che esiste ancora. Il grande bazar della città. Il vicolo che conduce alla casa dei miei nonni a Isfahan. Posso ricreare facilmente l’odore di ognuno di questi luoghi.

Di recente ho letto il memoir di Raja Shehadeh, *We Could Have Been Friends, My Father and I*. Shehadeh descrive quanto fu difficile per suo padre, uno dei più importanti avvocati palestinesi del suo tempo, venire a patti con la perdita della sua casa a Jaffa dopo la Nakba: il desiderio costante e la disponibilità a tornare, e lo strazio di non poterlo fare.

I miei genitori non hanno mai immaginato che le loro vite sarebbero finite altrove che nella loro patria. Ma, a differenza di molti altri costretti a sradicarsi, inclusa la famiglia Shehadeh, un altro paese ci aspettava a braccia aperte per offrirci una nuova patria .. a patto che fossimo disposti a impegnarci nel compito di cancellare la storia del popolo la cui terra ci era stata così generosamente offerta...

Mi ci sono voluti molti anni per comprendere il significato di questo: che ancora prima di mettere piede su questa terra, all’età di nove anni, avevo già diritti che andavano ben oltre quelli delle persone che vi avevano vissuto per secoli.

Il mio rifiuto di questa ingiustizia non deriva solo dalla mia posizione di ebrea israeliana, con tutti i privilegi che ciò comporta, ma anche dall’imperativo morale che mi è imposto dalla mia identità iraniana e dalla mia identità di immigrata.

La mia famiglia e io non abbiamo vissuto una Nakba, tutt’altro. Abbiamo scelto di emigrare dalla nostra patria; nessuno ci ha espulsi. A differenza dei profughi palestinesi, potevamo tornare in qualsiasi momento.

Il nostro destino non sarebbe stato peggiore di quello delle decine di milioni di altri iraniani sotto questo regime da incubo. Non siamo stati gettati in esilio; la patria di un altro popolo è stata stesa ai nostri piedi, dopo averne soggiogato e schiacciato gli abitanti.

Per tutte queste ragioni, non avanzerò alcuna pretesa di una qualche solidarietà diasporica con i profughi palestinesi (dopotutto, non ho l’insolenza degli sionisti). Ma il dolore di osservare da lontano la propria patria fatta a pezzi, corrotta da un regime spregevole e crudele, è qualcosa che conosco bene.

Libertà per il popolo iraniano.

Libertà per il popolo palestinese.

E libertà anche per gli ebrei israeliani dal ruolo vergognoso di padroni in un regime di supremazia.

Che possiamo vedere il giorno in cui tutti i rifugiati torneranno alle loro patrie a testa alta, e in cui tutti i regimi malvagi di questo mondo spezzato saranno eliminati per sempre".

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