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Trump sceglie di non attaccare l'Iran: autorevoli analisi delle ragioni
di Leandro Leggeri
Secondo un’analisi pubblicata da Israel Hayom, la recente decisione del presidente statunitense Donald Trump di non procedere, per ora, con un attacco contro l’Iran non segnerebbe la fine delle tensioni, ma piuttosto una pausa tattica legata a valutazioni operative e strategiche.
L’articolo sottolinea che, nonostante alcune capitali regionali abbiano rivendicato un ruolo nel contenimento dell’escalation, le ragioni principali della scelta di Trump sarebbero da ricondurre a fattori pratici: il dispiegamento militare statunitense non ancora completato nella regione, condizioni operative non ideali e l’assenza di piani che garantissero un’azione rapida e dagli esiti certi.
Secondo l’analisi, la linea rossa fissata da Washington – legata all’eventuale uccisione di manifestanti – resterebbe comunque in vigore. La Casa Bianca avrebbe valutato che un’azione immediata non avrebbe necessariamente prodotto i risultati attesi, preferendo mantenere pressione politica ed economica e riservarsi margini di manovra per il futuro.
Il quadro delineato suggerisce quindi che la scelta statunitense non rappresenti una rinuncia definitiva, ma una sospensione in attesa di sviluppi interni in Iran e di condizioni ritenute più favorevoli per un eventuale intervento.
Secondo un’analisi pubblicata dal Telegraph, la decisione del presidente statunitense Donald Trump di non procedere, almeno per ora, con un’azione militare contro l’Iran sarebbe legata a una combinazione di fattori militari, strategici e regionali.
L’articolo evidenzia come, dopo settimane di proteste interne, il governo iraniano sembri aver ristabilito il controllo sul territorio, anche attraverso manifestazioni a sostegno del regime e un rafforzamento della presenza delle forze di sicurezza. Parallelamente, Teheran avrebbe riaffermato la propria capacità militare, in particolare attraverso un ampio arsenale di missili a corto e medio raggio in grado di colpire basi statunitensi e infrastrutture energetiche nel Golfo.
Secondo esperti militari citati dal quotidiano, l’attuale dispiegamento statunitense nella regione non garantirebbe le condizioni necessarie per un’operazione ampia e sostenuta: mancano una portaerei nel Vicino Oriente e un numero adeguato di assetti aerei avanzati, elementi ritenuti essenziali per un’azione efficace e prolungata. Anche per questo diversi Paesi del Golfo avrebbero invitato Washington alla cautela, temendo ritorsioni iraniane.
L’analisi segnala inoltre che anche Israele, pur considerando l’Iran una minaccia strategica, avrebbe suggerito di non intervenire in questa fase, anche alla luce delle limitazioni nelle scorte di intercettori antimissile e del rischio di una nuova escalation regionale.
Nel complesso, il Telegraph conclude che la combinazione tra tenuta del sistema iraniano, capacità di risposta militare e insufficiente preparazione operativa statunitense avrebbe contribuito a un temporaneo ripensamento da parte della Casa Bianca, senza però escludere del tutto future opzioni militari.
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