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Distruzione deliberata dell’identità palestinese
di Emma Buonvino
Non siamo davanti a una guerra.
Non siamo davanti a “eccessi”, “errori”, “tragiche conseguenze collaterali”.
Siamo davanti a un processo sistematico di distruzione dell’identità di un popolo.
Israele non sta solo uccidendo corpi palestinesi:
sta colpendo la memoria, la lingua, la trasmissione culturale, la possibilità stessa di esistere come società riconoscibile.
Quando vengono distrutte scuole, università, biblioteche, archivi, moschee, chiese, teatri, quando vengono uccisi insegnanti, scrittori, artisti, quando intere famiglie vengono cancellate insieme alle loro storie, non si sta combattendo un nemico: si sta cancellando un popolo dalla storia.
Questo ha un nome preciso: annientamento culturale.
Ed è una componente riconosciuta dei crimini più gravi contro l’umanità.
Una violenza che mira alla disintegrazione sociale.
La società palestinese viene deliberatamente frantumata:
Gaza isolata e devastata
Cisgiordania spezzettata da colonie e checkpoint
Gerusalemme Est svuotata
la diaspora separata dal diritto al ritorno.
Non è frammentazione casuale.
È una strategia coloniale: impedire la continuità, spezzare i legami, rendere impossibile la trasmissione dell’identità da una generazione all’altra.
Una società senza continuità non può ricostruirsi.
Può solo sopravvivere, se sopravvive.
La riduzione a “caso umanitario” come arma politica:
il popolo palestinese viene progressivamente ridotto a oggetto di assistenza, non a soggetto di diritti.
Tende al posto di case.
Aiuti al posto di autodeterminazione.
Emergenza permanente al posto di futuro.
Questa non è solidarietà: è gestione coloniale della sopravvivenza.
Un popolo mantenuto vivo abbastanza da non morire, ma mai abbastanza da vivere.
Il trauma come strumento di dominio.
Il trauma non è un effetto collaterale.
È prodotto, accumulato, trasmesso.
Bambini che crescono sotto le bombe, senza scuola, senza sicurezza, senza riferimenti stabili, non sono solo vittime: diventano il bersaglio di una strategia che punta a rompere la capacità collettiva di immaginare il futuro.
Una società traumatizzata permanentemente è più facile da controllare, da delegittimare, da silenziare.
Eppure, il fallimento del progetto di cancellazione esiste.
Nonostante tutto questo, Israele non è riuscito a distruggere l’identità palestinese.
Essa resiste:
nei nomi
nella lingua
nei racconti familiari
nel cibo, nella musica, nella memoria orale
nella coscienza politica che nasce dall’oppressione stessa,
Ma questa resistenza ha un prezzo disumano.
Un’identità che sopravvive solo attraverso il lutto è un’identità tenuta sotto assedio.
La responsabilità internazionale:
nulla di tutto questo sarebbe possibile senza la complicità attiva o il silenzio colpevole della comunità internazionale.
Chi continua a parlare di “diritto alla difesa” mentre un popolo viene smantellato culturalmente,
chi discute di numeri mentre un’identità viene distrutta,
chi chiede “moderazione” alla vittima mentre l’oppressore agisce nell’impunità,
non è neutrale.
È parte del meccanismo.
La domanda non è se la società palestinese sia “resiliente”.
Lo è già, oltre ogni limite umano.
La vera domanda è: quanto ancora il mondo permetterà che la distruzione dell’identità palestinese continui sotto i nostri occhi, normalizzata, giustificata, amministrata.
Perché una società privata del diritto di esistere come tale
non viene sconfitta:
viene negata.
E questa negazione è un crimine storico che non potrà essere cancellato da nessuna narrazione ufficiale.
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