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17 gennaio 2026
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Lumumba barbaramente ucciso ma vive ancora
di Soumaila Diawara

Fra il 16 e il 17 gennaio 1961, nel silenzio complice del mondo, fu assassinato Patrice Emery Lumumba.

Non fu solo l’uccisione di un uomo, ma l’esecuzione di una speranza collettiva. In quelle ore buie venne colpito il sogno di un Congo libero, unito e sovrano, appena nato e già condannato da chi non poteva accettare la fine del dominio coloniale.

Patrice Lumumba era il primo ministro del Congo Belga ed era il volto più limpido della lotta per l’indipendenza. Combattente, pensatore, leader carismatico, incarnava la dignità africana dopo secoli di sfruttamento e umiliazione. La sua visione era semplice e per questo rivoluzionaria: un Congo governato dai congolesi, senza padroni esterni, senza catene invisibili.

Il suo governo durò poco. Troppo poco. Un colpo di Stato rovesciò un governo democraticamente eletto, mentre la comunità internazionale osservava in silenzio.

Quel silenzio non fu neutralità, ma complicità. Lumumba venne arrestato, isolato, privato della voce, consegnato ai suoi nemici.

Lumumba era diventato il simbolo dell’antimperialismo africano. La sua idea di un Congo unito lo rese un bersaglio sia per il Belgio, che non voleva rinunciare al saccheggio coloniale, sia per gli Stati Uniti, che temevano l’esempio di un’Africa realmente indipendente.

La CIA ordinò il suo assassinio, ma non riuscì a portarlo a termine direttamente. Allora Washington e Bruxelles scelsero la via dell’ipocrisia: finanziarono e sostennero di nascosto i rivali politici di Lumumba, favorendo il tradimento interno e preparando il terreno per la sua eliminazione.

Dopo l’arresto, Lumumba fu picchiato, torturato, umiliato. Infine venne ucciso. Ma per i suoi carnefici non bastava la morte: volevano cancellarne anche il corpo, distruggere ogni traccia, eliminare persino la possibilità di un lutto, di una tomba, di una memoria.

Il belga Gérard Soete lo ammise anni dopo con parole che gelano il sangue: “Ho tagliato Lumumba in 34 pezzi. Ho fatto a pezzi il suo corpo e l’ho sciolto nell’acido. Nel cuore della notte africana ci siamo ubriacati per farci coraggio. La parte più difficile è stata tagliarlo con una motosega prima di versarlo nell’acido. Non è rimasto quasi nulla, solo pochi denti. L’odore… mi sono lavato tre volte e mi sentivo ancora un barbaro.”

Barbaro lo era, sì. Ma non era solo. Barbaro fu un sistema coloniale che ha sempre temuto la libertà più della violenza. Barbaro fu l’Occidente che parlava di diritti umani mentre finanziava colpi di Stato e assassinii politici. Barbaro fu un mondo che lasciò l’Africa sola, ancora una volta, davanti ai suoi carnefici.

Questa è una delle pagine più nere della storia africana. La storia dei colonizzatori, dei loro complici locali, delle loro menzogne diplomatiche. È la storia di un uomo fatto a pezzi perché aveva osato dire una verità insopportabile: il Congo appartiene ai congolesi.

Eppure Lumumba non è morto quella notte. Vive in ogni parola che lo ricorda, in ogni voce che denuncia, in ogni coscienza che rifiuta l’oblio. Chi lo ha ucciso voleva il suo silenzio. Scriverne oggi è già una forma di giustizia.


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