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Sanità in Calabria: bancomat per chi può e parcheggio per chi non conta
di Raffaele Florio
Se ancora qualcuno nutriva dubbi sulla gravità della malasanità calabrese, l’ultima inchiesta della Procura di Catanzaro consegna un quadro che non è più semplicemente desolante: è criminale.
Al reparto di oculistica dell’ospedale Pugliese-Ciaccio, personale medico e paramedico – quelli che dovrebbero curare e tutelare – sono accusati di aver sottratto dispositivi medici, prodotti e farmaci di proprietà pubblica per impiegarli in uno studio privato. Peculato, reimpiego di beni di provenienza illecita, favoreggiamento: vocaboli da codice penale, non da repubblica delle banane.
Ma non è un episodio isolato, un incidente di percorso. È la punta di un iceberg che anni di commissariamenti, inefficienze e favoritismi hanno trasformato in un sistema diffuso.
Raffaele Florio
Già in passato la gestione “privatistica” delle liste d’attesa, sempre nello stesso settore dell’oculistica a Catanzaro, aveva portato a arresti domiciliari di un primario e sequestri per quasi un milione di euro, con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla concussione e truffa aggravata.
C’è di peggio: secondo le indagini, pazienti in urgenza si sarebbero trovati in una sorta di ricatto psicologico: “se vuoi curarti ora, paga privatamente”, altrimenti incrocia le dita e aspetta (chissà quanto). Un sistema che produce due classi di cittadini: chi può pagare e chi resta schiacciato dalle liste d’attesa, allargando il fossato tra diritto alla salute e diritto di serie B.
Queste storie non sono semplici scandali: sono sintomi di un sistema sanitario piegato agli interessi particolari, dove chi dovrebbe essere garante della salute pubblica la usa come leva per incrementare un giro di affari privati, a scapito di chi paga le tasse e resta in coda. È la degenerazione di quel principio di universalità sancito dalla Costituzione, ridotto a carta igienica consumata.
La Procura chiede il rinvio a giudizio per sette persone responsabili di questi reati: non saranno nomi qualunque, saranno professionisti che hanno tradito il patto costituzionale che li obbliga a mettere il paziente davanti a ogni tornaconto.
E il miracolo? Che tutto ciò accada in una regione che, sotto il peso di anni di cattiva gestione, vede i conti della sanità sempre più in rosso: perdite milionarie mentre alcuni trasformano il pubblico in privato a loro uso e consumo.
La verità è semplice: il problema della sanità in Calabria non è solo cronico, è etico. Non è la mancanza di risorse – quelle ci sono, e sono pubbliche – ma la cattiva fede di chi antepone il proprio interesse al dovere di cura. Fino a quando spereremo che i nostri ospedali diventino fioriere per amici, cliniche private mascherate da servizi pubblici e piattaforme di clientelismo sanitario?
Non serve un nuovo commissario, non servono slogan e photoshop istituzionale. Serve responsabilità. Serve che chi viola la legge paghi fino all’ultimo centesimo e rischi la galera. E serve, soprattutto, la dignità di chi lavora nella sanità pubblica e si sente indirettamente infangato da questi comportamenti.
Se vogliamo una sanità di diritto e non di favore, dobbiamo dirlo con forza: non un euro ai furbi, nessuna indulgenza ai corrotti, verità e giustizia per i cittadini che soffrono, non per chi specula.
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