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CEDU condanna l'Italia per morte di un uomo nelle mani dei Carabinieri
di Rita Guma *
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta in strada a Firenze nella notte del 3 marzo 2014 durante un intervento dei carabinieri.
Magherini, un ex calciatore, era agitato e in stato confusionale quando arrivarono i militi, la cui presenza sembra abbia visto come aiuto, e morì dopo essere stato ammanettato in posizione prona, venendo lasciato così anche quando sembrava che avesse perso conoscenza.
Un successivo referto medico concluse che la causa della morte era dovuta a una combinazione di fattori: un'intossicazione acuta da cocaina del malcapitato, lo stress derivante dall'immobilizzazione, i tentativi di liberarsi e la posizione prona in cui era stato tenuto. Il successivo procedimento giudiziario basò le sue conclusioni, tra le altre cose, su questo referto.
Nel 2016-2017 i tribunali di grado inferiore hanno dichiarato tre carabinieri colpevoli di omicidio colposo. Tuttavia, la Corte di Cassazione, nel 2018, ha ribaltato la sentenza, stabilendo che non era stato commesso alcun reato perché, tra l'altro, non ci si poteva aspettare che i carabinieri riconoscessero la gravità della situazione o le sue conseguenze.
Il collegio dei giudici europei ha ora decretato all’unanimità che è stato violata la Convenzione europea dei diritti dell’uomo per quanto riguarda il diritto alla vita e l’adeguatezza delle indagini.
Secondo i giudici di Strasburgo, non vi era assoluta necessità di mantenere il fermato immobilizzato a terra in posizione prona per venti minuti.
La Corte ha inoltre riscontrato carenze strutturali nella formazione delle forze dell’ordine e l’assenza di linee guida in vigore in Italia all'epoca per il posizionamento degli individui in posizione prona con il minimo rischio per la salute e la vita.
Inoltre la CEDU ha mosso critiche all’indipendenza dell’inchiesta nelle prime fasi, condotte da agenti in conflitto d'interessi perché coinvolti nell'incidente.
Per quanto riguarda le tecniche di gestione dei fermati in stato alterato, vi era un precedente francese in cui la CEDU condannò Parigi per non aver formato gli agenti, come accaduto in questo caso.
E' noto infatti al personale medico e a chi sia adeguatamente formato, che persone in stato di alterazione psicofisica corrono rischi di soffocamento o arresto cardiorespiratorio se mantenute troppo a lungo in una stessa posizione, in particolare in una che impedisca la dilatazione adeguata della cassa toracica, come quella in cui fu mantenuto l'ex calciatore.
Nel caso francese, a morire fu un uomo nordafricano la cui madre e sorella avevano chiamato le forze dell'ordine quando questi, in stato di alterazione per - fra l'altro, assunzione di droghe - le aveva aggredite in casa.
Gli agenti, tuttavia, bloccarono l'uomo a terra per un tempo prolungato, e sopravvenne il decesso, per cui furono poi proprio la madre e la sorella, non ottenendo soddisfazione dalla giustizia francese, a rivolgersi alla CEDU, ottenendo la condanna fella Francia e un parziale risarcimento.
Nel caso italiano, per il quale esisteva un video comprovante alcune fasi dell'accaduto, i ricorrenti hanno sostenuto che i carabinieri avessero fatto uso eccessivo della forza.
La Corte non si è tuttavia pronunciata in merito ad alcuna responsabilità penale delle persone coinvolte nell'incidente né ha messo in discussione le decisioni dei tribunali italiani, che avevano infine assolto i quattro carabinieri coinvolti nell'incidente.
* Presidente Osservatorio
 
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