 |
Iran: non caschiamoci
di Gabriele Germani
Una bugia ripetuta 1000 volte non diventa una verità, spero sia chiaro.
Così raccontare di oltre diecimila morti in Iran, senza prove, o mostrare video di donne che bruciano le bandiere iraniane
fumando sigarette non rende quelle cose vere.
Specie se poi quelle donne sono delle note sioniste che vivono in Canada, no?
Serve invece a preparare la narrazione sul nemico, la mobilitazione da guerra, insegniamo alle persone a odiare l'Iran.
Tutto ricade in un grande calderone di bugie: fosse comuni, antrace, nucleare, terrorismo, il velo, la lapidazione delle adultere, in pochi giorni l'Iran diventa colpevole di tutto, come già accaduto alla Serbia, alla Libia o all'Iraq.
I nemici dell'Impero vengono criminalizzati, attaccati, spezzati e fatti a pezzettini, poi scopriamo che l'antrace non c'era, le fosse comuni nemmeno, eccetera eccetera, ma ormai è troppo tardi...
Un questi giorni penso spesso a un film che, la prima volta che lo vidi, mi scosse profondamente: "La montagna sacra di Jodorowsky". Rimasi così turbato da guardarlo due volte di fila, in silenzio, senza capire dove finisse il delirio e iniziasse il genio.
Un film discutibile sotto molti aspetti, ma lucidissimo su un punto centrale della società moderna: la costruzione della verità.
Nel film i bambini vengono educati a odiare un nemico attraverso fumetti, film, barzellette. Il nemico viene mostrificato, disumanizzato.
Sull’Iran, ad esempio, ricordo l’imbarazzante (e subliminale) propaganda di 300, dove i persiani — gente saggia che, ad esempio, era solita discutere i problemi prima da lucida e poi ridiscuterli da ubriaca — vengono ridotti a una massa informe guidata da un monarca androgino. Un concentrato di razzismo e suprematismo: maschi bianchi ipertrofici che sconfiggono orde non umane, indistinte. Già raccontarli come una massa amorfa è mostrificazione.
Ricordo che uscii dal cinema molto turbato: quello era il cuore della propaganda, una serie di passaggi psicoanalitici che lo spettatore medio non avrebbe mai capito.
È sempre la stessa narrazione: il barbaro asiatico. Le orde siberiane schierate dalla Russia, i ceceni ridotti a cecchini, gli sciamani tungusi, i dittatori centroasiatici. Tutto fa brodo.
Il problema — e torniamo a Jodorowsky — è che noi con questa roba ci siamo cresciuti.
Siamo educati a essere razzisti. Il nostro paternalismo li vede come bambini da salvare: “manifestiamo per le povere donne”, eternamente vittime, mai soggetti storici. La popolazione subisce il suo governo (che però vota), il suo ordinamento (che però non rovescia), la sua storia (che include un golpe anglo-americano nel 1953).
Riemerge così l’Aladino immaginario: il figlio dello Scià, figura amatissima dalla stampa italiana. Nessuno raccontava però la Persia della Savak, delle torture con gli spilloni sotto i piedi, delle carceri piene di prigionieri politici. Il gossip sul “Kennedy mediorientale” vendeva meglio e noi eravamo abbastanza razzisti da accettare che qualcuno morisse, purché scorresse il petrolio.
Negli anni tutto ha parlato male dell’Iran: cinema, fumetti, stampa, TV, ONG, serie.
Quasi nessuno ha raccontato la storia.
Gli anni ’80, ad esempio: Saddam armato per massacrare l’Iran (indovinate da chi?), mentre l’Iran veniva armato illegalmente dagli USA in cambio della liberazione di ostaggi in Libano e per finanziare i Contras in Nicaragua.
Fomentare una guerra per uccidersi a vicenda, nella generale soddisfazione dell’opinione pubblica europea (farcita di nazismo inconscio).
Oggi si fabbrica un nuovo cattivo, ma è il solito esercizio di propaganda.
Sta a noi non cascarci, ogni volta, nello stesso identico modo.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|