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14 gennaio 2026
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Iran: lettera di un regista iraniano a Reza Pahlavi
trad. di Rosa Rinaldi

Questa è la traduzione di un post di Orly Noy, nota giornalista israeliana di origine iraniana e nota attivista per diritti dei palestinesi, in cui a sua volta traduce dal persiano una lettera del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf" diretta a Reza Pahlavi. Proprio quello che Israele e Stati Uniti vorrebbero dell'Iran.

Traduzione:

"È molto difficile descrivere l’arco di emozioni che provoca vedere le testimonianze che arrivano dalle enormi manifestazioni in tutto l’Iran. La speranza che per così tanto tempo non mi sono permesso di coltivare – che forse un giorno potrò tornare a visitare la mia patria – e l’angoscia che attanaglia le viscere per il destino dei manifestanti, mentre ciò che sta accadendo ora in Iran avviene sotto una quasi totale oscurità mediatica.

Una delle conseguenze più distruttive dei lunghi anni sotto il regime islamico in Iran è la profonda divisione e la diffidenza amara seminate tra i diversi gruppi del popolo. In questo contesto spiccano in modo particolare i sostenitori di Reza Pahlavi, il principe ereditario ozioso, la cui violenza e volgarità con cui si scagliano online contro chiunque osi criticarlo raggiungono livelli davvero spaventosi. Ne ho avuto un assaggio anch’io più di una volta; dirò solo che il mio lessico di insulti in persiano si è enormemente arricchito grazie a loro.

Ho tradotto qui alcune parti di una lunga lettera pubblica scritta dal meraviglioso regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, indirizzata al principe ereditario Reza Pahlavi.

Makhmalbaf è stato incarcerato nelle prigioni dello Scià e, dopo la rivoluzione, è diventato un aspro oppositore del regime islamico; è fuggito dall’Iran ed è stato per un periodo portavoce del movimento di resistenza. Ho avuto il privilegio di ospitarlo a casa nostra a Gerusalemme alcuni anni fa e di ascoltare da lui racconti davvero agghiaccianti sulle persecuzioni e sui tentativi di assassinio subiti nel corso degli anni, durante molti dei quali persino il Paese in cui viveva era un’informazione riservata. La sua voce, così unica, rappresenta a mio avviso in modo fedele il filone principale dell’opposizione al regime.

Ecco la lettera, in versione ridotta:

“Egregio signor Reza Pahlavi,

sono Mohsen Makhmalbaf, cittadino iraniano, che ha trascorso quattro anni e mezzo nelle prigioni di suo padre nella lotta contro la tirannia monarchica. Al momento del mio arresto fui colpito da arma da fuoco e ferito; per le cure fui trattenuto solo due settimane in ospedale, ma nella prigione dello Scià, a 17 anni, fui torturato con una tale brutalità che, per poter tornare a stare in piedi, subii quattro interventi chirurgici e rimasi ricoverato per cento giorni. Ancora oggi porto sul corpo, in un’area di circa 20×20 centimetri, le tracce delle torture del periodo dello Scià.

Non dico queste cose per ferirti o metterti in imbarazzo, poiché le colpe dei padri non ricadono sui figli. Il mio rapporto con la tua famiglia non nasce attraverso la lente della sofferenza che ho vissuto in quel periodo. Non guardo mai al futuro attraverso il prisma del dolore personale che ho subito sotto il regime monarchico. Mi sono sempre visto come partecipe del dolore umano, incluso quello della tua famiglia. Tuttavia, non dimentico la storia repressiva dell’Iran, affinché non ci ricadiamo ancora.

Sono contrario alla vendetta. Per questo, quando fui liberato poco prima della rivoluzione del 1979, appena prima di varcare i cancelli della prigione, mi fermai un attimo, mi voltai indietro e perdonai tutto ciò che avevo subito durante quattro anni e mezzo di carcere sotto lo Scià – e poi uscii dalla prigione.

Quando alcuni dei miei interrogatori furono processati dopo la rivoluzione, nonostante le forti pressioni dei miei compagni di prigionia, non mi presentai mai in tribunale per testimoniare contro i miei torturatori o per mostrare i segni delle torture sul mio corpo. Dissi: ho perdonato il passato.

Se ora sei convinto che le mie parole non derivano dal dolore e dalla sofferenza vissuti sotto il regime monarchico di tuo padre, ti invito a un dibattito nazionale che vada oltre la mia sofferenza personale e oltre i tuoi sogni personali.

Scrivo questa lettera ora perché ritengo che il dialogo in sé abbia valore. Così come mi sono rivolto ai riformisti chiedendo loro di parlare con chiarezza – di non essere laici dentro e religiosi verso l’esterno – allo stesso modo chiedo anche a te di essere chiaro: di non essere monarchico dentro e parlare verso l’esterno in nome della democrazia e della volontà del popolo. Parliamo insieme, lontano dalle diffamazioni e dall’atmosfera di terrore e assassinio del carattere alimentata dai tuoi sostenitori, rispettando i principi del confronto e di un dialogo basato sugli argomenti, poiché nel dialogo stesso vi è un esercizio di democrazia. Non confondere il pubblico con ambiguità e discorsi contraddittori.

La rivoluzione iraniana fu un rigetto della tirannia monarchica per raggiungere la libertà, ma poiché ripose fiducia in un solo uomo e lo seguì, finì per approdare a un’altra tirannia – questa volta religiosa. Agli iraniani furono necessari cinquant’anni per liberarsi dalla tirannia monarchica dopo la rivoluzione costituzionale, e quarant’anni per maturare le condizioni per abbattere la tirannia religiosa. Ora, se ogni corrente dell’opposizione, invece di cercare una via verso un futuro luminoso, si volgerà a un passato oscuro – sia esso il ritorno ai tempi dell’Imam defunto, come fanno i riformisti, o il ritorno ai tempi dello Scià defunto – il risultato sarà uno solo: nessuna libertà e divisione nelle file della lotta.

Oggi sia i riformisti sia i monarchici hanno trasformato le proprie convinzioni in ideologie. Per liberarci dall’ideologia del regime religioso, ci troviamo ora anche di fronte a due sotto-ideologie. Purtroppo, anche tu – nonostante la tua dichiarata volontà di unire gli oppositori del regime – evitando di respingere chiaramente l’idea della restaurazione della monarchia, sei diventato un fattore centrale di divisione tra gli oppositori della Repubblica Islamica. Queste manifestazioni di divisione sono già evidenti tra gli iraniani. I tuoi sostenitori-commentatori, ancor prima di arrivare al potere, mettono a tacere con parole volgari, diffamazioni, insulti e minacce persone che non hanno né il tempo né il linguaggio dei tuoi scriventi online.

Ci sono anche coloro che tacciono per timore che una divisione tra gli oppositori possa giovare alla Repubblica Islamica. Ma questo silenzio non durerà a lungo. Argomentazione, dialogo e chiarezza sostituiranno il clamore rumoroso dei sostenitori della monarchia. Se desideri che stiamo fianco a fianco, rinuncia alla monarchia – cioè all’insistenza sulla presunta superiorità genetica della famiglia dello Scià rispetto alla genetica di tutti gli altri iraniani. (Per favore, non considerare il termine “gene” un insulto: non trovo altra giustificazione per cui solo tu potresti essere re e nessuno degli altri ottanta milioni di iraniani. La monarchia ereditaria si fonda esclusivamente sull’illusione di una superiorità genetica.)

Caro signor Reza Pahlavi, non dimenticare che il regno di tuo padre e di tuo nonno fu il prodotto di colpi di Stato stranieri, non della volontà del popolo. Tuo nonno, Reza Shah, non salì al potere attraverso l’elezione del popolo, ma tramite un colpo di Stato britannico. E quando non fu più utile agli stranieri, fu deposto con un breve decreto. Anche tuo padre fu riportato al potere da un colpo di Stato americano. Questa è un’eredità di dipendenza, non di sovranità.

Perciò non insistere su qualcosa che è stato imposto al popolo con un colpo di Stato e che, alla prova di cinquant’anni, ha manifestamente fallito nel creare democrazia e diritti umani. Perché anche tu, come i riformisti, insisti nel ripetere esperimenti falliti del passato? Se davvero pensi all’unità del popolo e dell’opposizione per abbattere la tirannia, rimuovi tu stesso uno dei maggiori ostacoli: la monarchia tirannica che è già stata provata ed è fallita. Il potere, in qualunque forma, deve essere temporaneo e rinnovabile. Il fatto che in altri luoghi del mondo un tale sistema sia esistito o esista non è una ragione per sottoporlo a referendum in Iran.

Caro signor Pahlavi, i mercanti non mettono tutte le uova in un solo paniere. Ma un combattente per la libertà non agisce come un mercante. Tu hai messo una parte delle tue uova nel paniere della monarchia ereditaria e un’altra nel paniere della repubblica basata sul voto popolare. Un vero combattente non percorre una strada che sa essere sbagliata, anche se i suoi sostenitori insistono.

Tu chiedi di sottoporre a una futura votazione entrambi i sistemi: uno, la monarchia, di cui l’unico vincitore saresti tu; l’altro, la repubblica, in cui ti presenti come candidato alternativo. Questo comportamento non libera il popolo – è un “double down” sul potere. La strategia delle “uova in due panieri” ha creato una dualità nella tua figura. C’è Reza il democratico, il laico, amante dell’arte; e c’è Reza, figlio dello Scià, erede della monarchia. Questa contraddizione è pericolosa. In un momento di crisi, il secondo Reza potrebbe prevalere – e il futuro trasformarsi nel passato.

L’Iran non si salverà attraverso un unico leader. Deve invece basarsi su una leadership collettiva composta da rappresentanti di tutti gli strati della società. Altrimenti, il rischio è una nuova dittatura.

Con rispetto e amicizia,

Mohsen Makhmalbaf”

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