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Israele non ha smesso di sparare, ma i "democratici" hanno smesso di parlarne
di Alessandro Ferretti
Tante sono sulla mappa le zone dove Israele, dopo il falso cessate il fuoco, ha perpetrato la demolizione di oltre duemilacinquecento costruzioni di ogni tipo: case, negozi, ambulatori, scuole, fabbriche.
La distruzione non si ferma alla linea gialla: vicino a Gaza City, il quartiere di Shuja’iyya (che ospitava oltre centomila persone) è stato distrutto fino a 300 metri oltre il confine di separazione.
Oltre a ciò, sempre dopo l’11 ottobre 2025, Israele ha costruito almeno altri tredici avamposti militari nella Striscia, per un totale di almeno quarantotto basi (i quadratini rossi nella mappa), e ha creato una rete stradale che collega queste basi a quelle nel territorio israeliano, chiaro indice di una volontà di rimanere ad occupare Gaza in pianta stabile. Tutto questo in flagrante violazione degli accordi per il “cessate il fuoco”.
Tutto questo si somma al perdurare del blocco degli aiuti umanitari: Israele non lascia entrare nè unità abitative nè tende, raziona cibo, medicine e carburante a livelli insufficienti per la sopravvivenza e continua a spostare a suo favore la “linea gialla” e a bombardare e ammazzare i palestinesi intrappolati all’interno.
Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza, dal 10 ottobre 2025 a oggi Israele ha violato l'accordo di cessate il fuoco almeno 1.193 volte con attacchi aerei, di artiglieria e di armi leggere. L'ufficio ha affermato che Israele ha sparato contro i civili 384 volte, ammazzandone almeno quattrocentocinquanta e ferendone oltre milleduecento, per sessantasei volte ha fatto irruzione in aree residenziali oltre la "linea gialla", ha bombardato e cannoneggiato Gaza cinquecentocinquanta volte e ha anche arrestato 50 palestinesi di Gaza solo nell'ultimo mese. Nei novantasette giorni trascorsi a partire dal “cessate il fuoco”, Israele si è astenuto dallo sparare e ammazzare solo per quindici giorni.
Israele, a fine 2025, ha anche intimato a 37 organizzazioni umanitarie di lasciare Gaza e il West Bank. Mettendo insieme tutti i pezzi, il piano è chiarissimo: continuare a torturare ed ammazzare il maggior numero di palestinesi possibile in attesa di deportarli verso qualche luogo invivibile, come il Sud Sudan o il Somaliland.
Nel frattempo, gli Stati occidentali complici approfittano della pausa per delegittimare e reprimere ferocemente chi ha messo in gioco la propria esistenza per rallentare il massacro. Hanno capito di avere campo libero grazie all’inerzia codarda e complice della grande maggioranza del “ceto medio riflessivo”, ovvero la parte di popolazione che dovrebbe avere gli strumenti culturali per comprendere la gravità della situazione ma che è totalmente incapace di manifestare dissenso o uscire dal conformismo, divorata com’è dal terrore di perdere qualche opportunità o privilegio materiale.
Siamo quindi in una situazione senza precedenti, in cui il progresso nelle tecnologie di propaganda, controllo e repressione è finito in mano a persone di indole totalitaria e viene follemente usato per schiacciare interi popoli e intere classi sociali, riducendo milioni e milioni di persone in uno stato di sostanziale servitù.
La conseguenza inevitabile di questa corsa totalitaria al controllo assoluto è, ovviamente, la guerra globale: come cantavano gli Assalti Frontali nel 2004,”ormai la Palestina è Genova, e Genova è in Argentina”. Magra consolazione: nel tritacarne ci finiremo tutti, anche il ceto medio riflessivo che si illude di garantirsi la sopravvivenza inchinandosi al potere.
Solo quando la polizia entrerà nelle loro case per portare via i loro figli e spedirli ad uccidere e ad essere uccisi in qualche strada o in qualche trincea, allora capiranno di essere sudditi dell’impero tanto quanto i disprezzati “ceti inferiori”… ma sarà drammaticamente troppo tardi, per loro e per il mondo intero.
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