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08 gennaio 2026
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Teheran non perderà il potere, secondo stampa israeliana
di Leandro Leggeri

Secondo un’analisi del giornalista israeliano Ron Ben-Yishai, le proteste in corso in Iran, pur estese e legate a una profonda crisi economica, non appaiono in grado di rovesciare l’attuale sistema di potere.

Il regime mantiene un saldo controllo grazie a un apparato di sicurezza articolato su più livelli, in particolare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e le milizie Basij, che rappresentano il principale strumento di repressione interna. Anche l’esercito regolare, a differenza del 1979, non mostra segnali di defezione.

Un altro elemento chiave è la mancanza di una leadership unitaria e di obiettivi comuni tra i manifestanti: le proteste coinvolgono commercianti dei bazar, studenti e cittadini colpiti dall’inflazione, dal crollo del rial e dalla carenza di servizi essenziali, ma oscillano tra rivendicazioni economiche e richieste politiche più radicali. Le autorità hanno finora mostrato una certa distinzione tra proteste economiche e disordini violenti, limitando l’uso della forza letale.

Sul piano internazionale, l’analisi ritiene improbabile nel breve periodo un intervento militare statunitense o israeliano. Secondo valutazioni condivise a Washington e Tel Aviv, un attacco esterno rischierebbe di ricompattare la popolazione iraniana attorno al regime, come avvenuto in passato. Inoltre, un’azione militare comporterebbe un’elevata probabilità di ritorsioni iraniane contro basi e interessi USA e alleati nella regione, con costi strategici elevati.

Nonostante le minacce verbali dell’amministrazione Trump e le tensioni sul programma missilistico iraniano, Teheran non ha ripreso l’arricchimento nucleare e le sue capacità produttive missilistiche risultano ancora limitate dopo i danni subiti negli attacchi israeliani del 2024. In questo contesto, la deterrenza reciproca e l’attesa di possibili negoziati sembrano prevalere sull’escalation militare.

L’analisi conclude che, allo stato attuale, né l’Iran né Stati Uniti e Israele hanno un reale interesse immediato a un conflitto aperto, mentre un allentamento delle sanzioni resta indicato come l’unica via concreta per attenuare la crisi economica che alimenta il malcontento interno.

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