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06 gennaio 2026
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Ebreo israeliano: siamo sull'orlo di una Shoah
di Rosa Rinaldi



Riporto un post di רועי חן, ebreo israeliano che assiste con dolore al razzismo crescente della sua società.

E a sua volta cita una testimonianza, quella di un altro ebreo, Aviv Tatarsky. E lo definisce un 'giusto" perché impegnato da anni in azione di solidarietà con i palestinesi. E di questi tempi, di giusti, ce ne sono pochi.

Scrive רועי חן (Traduzione):

"So che siamo sull’orlo di una Shoah. Persino ciò che è accaduto negli ultimi due anni impallidirà al confronto.

Una delle cose che rafforzano molto questa certezza è il rifiuto di oltre il novanta per cento del pubblico ebraico di aprire gli occhi per vedere o capire dove sta andando.

So anche che ci saranno dei Giusti tra le Nazioni che faranno tutto il possibile per salvare quante più persone possibile dall’inferno. Alcuni di loro saranno del nostro popolo. I coraggiosi che lo faranno in tempo reale si stanno già esercitando ora, su scala più ridotta.

Aviv Tatarsky è uno di quei Giusti tra le Nazioni. Leggetelo.

Aviv Tatarsky scrive:

"Un amico palestinese mi ha chiesto di provare a recuperare da una base militare degli smartphone che i soldati avevano preso da casa sua…

Una settimana fa l’esercito ha fatto irruzione nel villaggio del mio amico nel cuore della notte. I soldati hanno fatto irruzione nelle case, spaventato le famiglie, seminato un po’ di distruzione e portato via con sé 10 abitanti.

Hanno preso anche il mio amico. Sorvoliamo sulla descrizione di ciò che hanno passato in detenzione, perché è meno rilevante.

Come di consueto negli arresti arbitrari e infondati, dopo 12 ore li hanno rilasciati — segno che non c’era alcuna accusa contro di loro — ricordatevelo per il resto della storia.

I soldati hanno trattenuto tre smartphone appartenenti ai familiari del mio amico. Lui mi ha spiegato che i soldati avevano chiesto di chi fossero gli smartphone, ma poiché non sapeva che avevano preso quelli di sua moglie e dei suoi figli e poiché aveva gli occhi bendati, non ha riconosciuto i dispositivi e non ha detto che fossero suoi.

Quando mi ha chiesto di recuperare i telefoni, gli ho detto che non c’era alcuna possibilità che me li dessero. Ma dato che me lo aveva chiesto e la base era vicina al villaggio, ci sono andato mentre ero in viaggio per fargli visita.

Sono arrivato alla base, ho spiegato la situazione e ho chiesto di ricevere gli smartphone. La soldatessa mi ha parlato con espressione corrucciata e tono ostile, ma si è subito rivolta a verificare la questione.

Ho aspettato (con un altro amico israeliano). Durante l’attesa sono venuti a verificare che fossimo israeliani (“Ebrei?!”).

In generale si sono comportati in modo tutt’altro che cordiale, ma contenuto. E soprattutto sembrava che, invece di mandarci via in malo modo, stessero davvero verificando la questione.

Dopo un’attesa non breve ho pensato che, per il bene della faccenda, fosse meglio che i soldati non ci etichettassero come attivisti di sinistra. Così ho detto alla soldatessa che si era avvicinata: “È un caro amico mio, ci conosciamo da tantissimi anni. È davvero una brava persona”.

Proprio quella frase ha fatto crollare la capacità di autocontrollo della giovane soldatessa: “Se è una così brava persona, allora perché è un terrorista?!”… “Non l’abbiamo mica arrestato per niente! Se l’abbiamo arrestato, allora di sicuro ha fatto qualcosa!”… “Noi siamo un esercito di difesa, agiamo solo per difenderci!”… “Tu dici che è tuo amico, ma abbiamo visto cosa hanno fatto i lavoratori di Gaza che erano amici dei kibbutznik!”.

Proprio in quel momento sono arrivati gli smartphone dal centro operativo e ci siamo affrettati ad andarcene con essi per restituirli al nostro amico. Ci sono molte cose da dire e da pensare su tutto questo episodio.

Ma ciò che mi è rimasto più impresso è il comportamento “strano” della soldatessa.

Se non riesce a tollerare un’affermazione positiva su un palestinese (e giuro solennemente che non c’era lì nessuna parola di critica o di rimprovero verso di lei o verso l’esercito), com’è possibile che lei e i suoi commilitoni abbiano comunque accettato il nostro desiderio di aiutarlo? Oggi, nella maggior parte dei soldati, non c’è più questa “stranezza”.

Vedono nei palestinesi una minaccia o peggio, e perciò gli attivisti israeliani che li accompagnano ricevono un trattamento coerente con ciò. In altre parole, non è affatto scontato che le terribili concezioni di quella soldatessa nei confronti degli arabi non abbiano influenzato anche il suo atteggiamento verso di me.

Solo grazie a questo siamo riusciti a recuperare gli smartphone.

D’altra parte, il “favore” di cui ho goduto solo perché sono ebreo ha aumentato il mio disgusto per tutta la storia. Così mi sono ritrovato a dover essere contento di qualcosa che mi disgustava profondamente.

Una volta, non molti anni fa, la maggior parte dei soldati e l’esercito in generale agivano nella maniera “strana” di quella soldatessa. I palestinesi ricevevano un trattamento violento e umiliante, ma quando degli israeliani stavano al loro fianco questo frenava in misura significativa la violenza.

Oggi è molto meno così.

La presenza di israeliani non impedisce ai soldati e ai coloni di usare la violenza e, anche se li frena un po’, probabilmente è più perché noi abbiamo più strumenti per difenderci, e non per qualche atteggiamento positivo dei soldati/coloni nei nostri confronti.

Oggi l’esercito e i coloni “discriminano” meno: odiano e disprezzano i palestinesi e anche gli attivisti che si schierano al loro fianco.

Così oggi è un po’ meno disgustoso.

E molto più terribile".

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